Capitolo II
Dalle comunità neolitiche alla Daunia arcaica
Continuità e trasformazioni tra Neolitico ed Eneolitico
Il lento tramonto dei grandi villaggi trincerati del Tavoliere non segnò una fine, ma una metamorfosi. Le comunità che avevano abitato Monte San Vincenzo e i siti satelliti — Torre De Rubeis, Monte Calvello, Monte La Queglia — non scomparvero: mutarono forma, abitudini, orizzonte. Con l’avanzare del IV millennio a.C., le esigenze di mobilità, la crescente importanza della pastorizia e l’introduzione dei primi metalli spinsero gli abitanti delle pianure verso posizioni più elevate, lungo le dorsali collinari che separano il Celone dal Candelaro.
È qui che la continuità si rinnova, nella scelta di un territorio che offre difesa naturale, acqua, pascoli e vie di comunicazione verso il mare e l’interno.
La cultura materiale dell’Eneolitico — ceramiche a superficie lucidata, lame in selce e in rame, sepolture individuali — testimonia un’evoluzione più complessa e gerarchica della società. Le comunità sembrano ora più piccole ma meglio organizzate, capaci di gestire risorse e scambi. È in questa fase che si definisce una geografia dell’identità: un sistema di colline e terrazzi che, nel corso dei secoli, diventerà la spina dorsale dell’abitato di Aecae, il nome con cui i Romani ricorderanno la città.
Aecae non nasce improvvisamente. È il risultato di un lungo processo di sedimentazione culturale e territoriale. Tra la pianura fertile e le prime alture subappenniniche, si formano i nuclei da cui prenderà corpo un abitare stabile, capace di resistere al tempo e di adattarsi alle trasformazioni della storia. La terra troiana — ancora senza nome, ma già memoria di se stessa — diventa così un laboratorio di continuità: la soglia tra il mondo preistorico e la coscienza storica della Daunia.
L’Età del Bronzo e i primi segni di identità daunica
Con l’inizio del II millennio a.C., la Puglia settentrionale entra in una fase di profonda trasformazione. Le grandi comunità agricole del Neolitico e dell’Eneolitico si dissolvono in un mosaico di piccoli villaggi collinari, spesso posti su alture difendibili, lungo i corsi del Celone e del Candelaro, dove l’acqua rimane la prima risorsa vitale e simbolica.
Le ceramiche tornite, le armi in bronzo, le tombe a fossa con corredi differenziati testimoniano un nuovo equilibrio sociale: non più la comunità collettiva dei villaggi, ma gruppi parentali, clan, forse già organizzati secondo rapporti di alleanza e di dominio.
In questo scenario si consolidano i centri che daranno vita al mondo daunio. Le ricerche archeologiche condotte a Ordona (Herdonia), Arpi, Castelpagano, Trinitapoli e Coppa Nevigata mostrano un’area in piena effervescenza: si affermano le prime produzioni metallurgiche, si intensificano i contatti con l’area adriatica e balcanica, si sviluppano forme di culto legate alla fertilità della terra e al ciclo delle stagioni. Le figurine votive, le sepolture rituali, le incisioni rupestri sparse lungo i tratturi raccontano una religiosità concreta, radicata nel paesaggio.
Nel territorio che oggi è Troia, la continuità di insediamento tra Eneolitico e Bronzo antico è suggerita da una topografia coerente: le stesse colline che avevano accolto le prime comunità neolitiche diventano luoghi di osservazione e controllo dei percorsi che collegavano il Tavoliere all’Appennino.
È plausibile che qui si formi un piccolo nucleo stabile, punto di scambio e di transito, che nei secoli prenderà il nome di Aecae. Non ancora città, ma già luogo riconoscibile, dove la memoria del passato si sedimenta nella terra e negli oggetti: punte di lancia, fibule, frammenti di ceramica decorata a spirali, segni di una civiltà che si affaccia alla storia.
La Daunia arcaica nasce così: non da un atto di fondazione, ma da una lunga fedeltà al territorio. I colli tra Celone e Candelaro diventano il cuore di una civiltà contadina e guerriera, aperta agli scambi ma fiera della propria autonomia. Un’identità che, pur attraversando i secoli e le dominazioni, conserverà sempre un tratto essenziale: la capacità di trasformare la continuità in forza e la memoria in principio di vita.
Il mito come radice culturale: l’avventura di Diomede in Daunia
Nel silenzio dei secoli che precedono la storia scritta, la Daunia comincia a raccontarsi attraverso il mito. È il poeta greco Mimnermo, nel VII secolo a.C., a evocare per primo l’approdo di Diomede, l’eroe acheo scampato alla distruzione di Troia, sulle coste settentrionali dell’Apulia.
L’immaginario greco, nel momento in cui la Magna Grecia prende forma, cerca in Occidente le proprie radici e i propri riflessi: Diomede diventa il fondatore simbolico di un nuovo orizzonte mediterraneo, l’eroe che attraversa il mare per portare civiltà dove regnava ancora la natura.
Ma la tradizione daunica capovolge il racconto. Qui, secondo una variante arcaica del mito, Diomede non fonda, ma muore. A ucciderlo è Dauno, re degli indigeni, in una lotta che non è soltanto personale, ma culturale: lo scontro fra il mondo che vuole imporre la propria forma e quello che resiste per custodire la propria identità.
La morte dell’eroe greco, sepolto in una delle isole Tremiti o sulla costa garganica, diventa così il simbolo di un rifiuto originario della colonizzazione, un atto di fedeltà alla terra e alla sua memoria più antica.
Nel paesaggio interiore della Daunia, Diomede è al tempo stesso ospite e vittima, straniero e seme di un’eredità culturale che si mescola, ma non domina. Le leggende che lo circondano — le pietre che portano il suo nome, le isole che gli appartengono, gli uccelli che vegliano sul suo sepolcro — parlano di un mito che la popolazione locale fa proprio, ma trasformandolo in segno di autonomia.
L’eco di questa antica resistenza attraversa i secoli. Nel cuore delle colline tra Celone e Candelaro, dove il territorio comincia a strutturarsi attorno al nucleo di Aecae, si forma una coscienza di appartenenza che unisce mito e realtà. La terra stessa sembra raccontare di un popolo che non ha voluto essere colonizzato, ma ha saputo accogliere, fondere e trasformare — mantenendo, sotto ogni sovrapposizione, la continuità di sé
Verso la fondazione di Troia bizantina
Con il tramonto dell’età protostorica e il succedersi delle civiltà italiche, romane e tardoantiche, il territorio di Aecae non smette di vivere, ma cambia volto. L’antico abitato, che le fonti latine ricordano come punto di passaggio lungo la via Traiana, conserva il suo ruolo strategico tra l’Appennino e l’Adriatico, fra i due fiumi che ne delimitano il respiro: il Celone e il Candelaro.
Le campagne continuano a essere coltivate, i tracciati viari restano percorsi, le alture restano presidiate da piccole comunità. Anche quando le invasioni gotiche e longobarde devastano la regione, la terra non si svuota: sopravvive in forma dispersa, come una brace sotto la cenere.
Nel corso del X secolo, quando l’impero bizantino riprende il controllo della Puglia settentrionale, l’antica Aecae è ormai un nome della memoria, ma la sua posizione conserva intatta la vocazione originaria: luogo di passaggio, di difesa e di identità.
La rifondazione della città — che le fonti bizantine e poi latine chiameranno Troia — non è soltanto un atto militare o politico, ma un gesto simbolico. Nel momento in cui l’Impero rinnova la sua presenza in Capitanata, sceglie di far rinascere una città su un suolo antico, carico di significati.
Il nome “Troia”, eredità epica e spirituale, restituisce a questa terra un destino narrativo: non una semplice trasposizione del mito, ma la consapevolezza che la storia può rinascere dalla memoria.
Nel solco di millenni di continuità insediativa — dalle capanne neolitiche di Monte San Vincenzo ai villaggi dell’Eneolitico, dalle necropoli del Bronzo ai culti daunii, fino al presidio romano di Aecae — il nuovo centro bizantino rinasce come sintesi di tutte le epoche precedenti.
Troia non nasce dunque ex novo: è l’ultimo volto di una lunga fedeltà alla terra.
In essa confluiscono le radici e le trasformazioni, le memorie e le rinascite.
Dove per secoli gli uomini hanno costruito, abitato e ricordato, la storia ritrova la propria voce.
E da qui, da questa città che porta nel nome un’antica leggenda, si apre la nuova stagione del racconto.
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