giovedì 29 dicembre 2016

"HO DATO POESIA AGLI UOMINI" CESARE PAVESE 1908 – 1950

Fotografie segnaletiche del Casellario Politico della pratica del confino

Nel maggio 1935 Pavese fu arrestato perché coinvolto in attività antifasciste: riceveva infatti al proprio indirizzo lettere politicamente compromettenti indirizzate a una militante del partito comunista clandestino con la quale aveva avviato una relazione amorosa, Battistina Pizzardo.
Venne condannato al confino a Brancaleone, un piccolo paese della Calabria, nel sud Italia, da cui non si poteva allontanare.
Doveva recarsi alla stazione di polizia quotidianamente, poteva ricevere posta ma non visite.
Durante il confino iniziò a registrare le sue inquietudini in un diario, pubblicato postumo con il titolo Il mestiere di vivere. Resterà a Brancaleone per circa un anno, fino al marzo 1936. Al ritorno dal confino trovò che la donna amata si era sposata: questa delusione sentimentale segnerà la sua esistenza e gli farà sfiorare il suicidio.


Lo steddazzu

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

9 –12 gennaio 1936

mercoledì 28 dicembre 2016

Ricordanze – Troia 1926


Sindaco – Cav. Curato Francesco Paolo
Segretario del Fascio – Avv. Bernardi Antonio
Direttorio del Fascio: Cav. Alfredo Faccacreta; Dott. Urbano Maitilasso; Rag. Alberto Martelli; Sig. Intisi Francesco; Sig. Lalumera Silvio. Fanno ancora parte quali membri di diritto i Sigg.: Iamele Guido, quale Comandante della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale; De Santis Pompilio Segretario Politico dei Sindacati; Borrelli Serafino Segretario degli Avanguardisti.
Il 1° marzo 1926 prende vita il “Gazzettino”: diario settimanale locale di Troia, diretto dal Prof. Teseo Ciampolillo, stampato con gestetner (ciclostile) di proprietà comunale.
Il “Piccolo Credito Troiano” è gestore del servizio illuminazione pubblica e privata.
Si è costituito il Comitato per l’erezione del Monumento ai Caduti, presieduto da Umberto Curato.
L’8 agosto 1926 il Reggente la Federazione Fascista di Foggia, esaminata la situazione politica di Troia a seguito dei dissidi intervenuti tra il Sindaco Curato e il Segretario del Fascio Bernardi, scioglie la sezione fascista di Troia che viene affidata ai triunviri: Prof. Cocco Giuseppe, segretario provinciale dei direttori didattici; Prof. Ciampolillo Teseo, segretario circoscrizionale dell’Avanguardia Militare Fascista; Sig. De Santis Pompilio Segretario Politico dei Sindacati.
I dissidi intervenuti riguardavano le diverse posizioni assunte per la temuta unificazione della diocesi di Troia con Foggia, essendo stato chiamato il nostro Vescovo Fortunato Maria Farina anche alla guida della diocesi foggiana.

venerdì 23 dicembre 2016

Apprestandoci alle celebrazioni del millennio fondativo della Civitas Troiana.

L’idea di un ente culturale che sovraintenda ad Archivio – Biblioteca - Museo Civico che abbia i seguenti scopi:

  1. Raccogliere, anche con l’uso di tecnologie digitali, documenti, pubblicazioni, ricordi, opere d’arte d’interesse daunio e più specificatamente troiano, con particolare riguardo a quei documenti ed opere custoditi dalle famiglie e dai singoli, più facilmente a rischio dispersione;
  2. Tentare di recuperare tutto quanto già disperso;
  3. Costituire, costantemente aggiornandola, una raccolta che parli della vita di Troia nello scorrere del tempo, attraverso pubblicazioni, video e foto;
  4. Dotare Troia di un centro studi e di cultura che favorisca l’editoria di studi ed approfondimenti, convegnistica e la pubblicazione di un bollettino.

giovedì 22 dicembre 2016

Il divino concesso a tutti.

Se ne sta là, la Signora, come ogni altra donna, ad aspettare la scadenza del tempo per poter entrare nel tempio. Se ne rimane là, occhi e attenzione rivolti a quel diletto figlio perché nulla gli succeda. Mio Dio, di quanta premura e diligenza lo fa oggetto perché non gli manchi nulla. Con che devozione e delicatezza, con quale timorosità lo tratta, sapendo che è il suo Dio e Signore, quando inginocchiata lo prende in mano per adagiarlo sulla culla. Ma con che gioia insieme e confidenza e diritto materno se lo abbraccia, se lo sbaciucchia, se lo stringe al petto e se lo gusta, sapendo che è figlio suo! Spesso, curiosa, lo fissa in volto e fa scivolare lo sguardo su ogni singolo membro del suo sacratissimo corpo; e con serietà e riservatezza avvolge nelle fasce quelle tenerissime membra. Esempio d’umiltà com’era, lo fu anche di prudenza. E con che voglia lo allatta! 
(da le Meditationes vitae Christi, sec. XIV)

martedì 20 dicembre 2016

… libertà vigilata, garantita per legge.

A quella umanità travagliata, insicura e spaesata dei secoli XVI e XVII, Hobbes offrì la sovranità dello Stato rappresentativo e delle sue istituzioni, che oggi ancor permangono, registrando una crisi profonda.
Sopraffatte da nuove crisi, quelle istituzioni che così profondamente hanno marcato la Modernità, cui si affidava loro produzione di sicurezza sociale (per lo Stato nel suo complesso, per la famiglia, per la proprietà privata, per il lavoro, per il welfare, ecc.), arrancano.
Le pratiche di potere messe in essere, basate sulla prevenzione, non solo non sortiscono risultati, in un presente divenuto estremamente complesso e difficile da prevedere, ma altresì sbilanciano i contraenti del patto sociale, essendo lo Stato sempre più costretto, immaginando il peggio per prevenirlo, a richiedere ai propri cittadini, maggiori quote di quella residua sovranità personale a loro riservata, intaccando le sfere organizzative, le città, la scuola, la famiglia e l’impresa.
Nel tentativo di governare le paure e rassicurare l’incertezza in cui è immersa la nostra esistenza, lo Stato è sempre più pronto ad assumere come normali risposte autoritarie, lesive delle nostre libertà civili e che giustifica e noi giustifichiamo in nome del principio di precauzione.
Saremo in grado di confliggere con la libertà vigliata, garantita per legge?

Berlino, l’ora del terrore.

Viene l’ora che il Terrore è bene.
È bene che resti al suo posto
di ronda sul cuore.
Conviene
l’equilibrio che sorge da angoscia.
(Eschilo, Eumenidi)

La cicala smetterà di frinire. Il mito dell'immortalità di Eos e Titone nell'epoca del potere biotecnologico.

Eos, invaghitasi di Titone, chiese a Giove di donargli l'immortalità, dimenticando di richiedere anche l'eterna giovinezza. Vedendo il suo amato diventare sempre più vecchio e privo di forze, Eos ottenne che fosse mutato in cicala.
Questo mito pone il problema della finitudine della vita, risolvendolo nel perpetuo mutare della natura; altri, in diverse declinazioni, hanno tentato di risolverlo sul piano trascendentale. Tutti pongono alla coscienza dell’uomo il recinto non oltrepassabile del finito, del disfacimento biologico inteso come principio e come fine. I miti dell’immortalità hanno reso fin qui sopportabile l’insicurezza che la coscienza di sé pone rispetto a ciò che si è: è ancora così?
L’uomo d’oggi, contraddistinto dall’evolversi della biotecnologia, sta apportando un cambiamento che investe la nozione di vita, andando al di là del mito. Non spinge più il finito oltre i suoi limiti; ma riconosce al finito, possibilità infinite di sue ricombinazioni. Se il mito di Eos e Titone, chiede la possibilità di trascendere la morte, la società nella quale siamo immersi ci chiede di compiere una inversione rispetto al mito, non più mitologia di opposizione al reale, ma ricercare le infinite possibilità che la convergenza tra biologia e informatica offre qui nel reale del presente e del prossimo futuro. Forse una umanità diversa si sta formando, nuovi assetti, nuovi diritti umani dovranno riscriversi. Già si parla di biopolitica, di govrnamentalità. 

domenica 18 dicembre 2016

… siamo confusi!

Appartengo a una generazione che sognava più informazione per comprendere la realtà e sapere come continuare. Il sogno pare realizzato, un’enorme quantità̀ di informazioni, quasi infinita rispetto alla nostra capacità di recepirle. Sempre più ci accorgiamo che tutto questo paradossalmente è divenuto un ostacolo: l’informazione aumenta, diminuiscono le nostre conoscenze.
Questa è una delle ragioni per cui siamo confusi, l’altra è una conoscenza che ci sfugge, in quanto l’apprendimento della conoscenza dall’essere un bene pubblico è divenuto commerciale. Se prima la scuola rispondeva ai bisogni dell’uomo, ora risponde alle regole del mercato.
Dove andare e come continuare? Siamo in balia di uno sviluppo economico regolato dal mercato, non già di uno sviluppo umano regolato da noi. Una economia basata sull’esclusione e la diseguaglianza. A questo proposito vorrei ricordare le parole di Papa Francesco: “Un’economia di questo tipo uccide. Come è possibile che quando una persona anziana e senza casa muore per essere stata all’addiaccio la notizia non sia riportata dai giornali, mentre se il mercato azionario perde due punti la notizia è riportata in prima pagina? Questo è un chiaro caso di esclusione. Possiamo continuare a tenere la testa alta in un momento in cui viene gettato via il cibo e le persone muoiono di fame? Questo è un chiaro caso di diseguaglianza. Oggigiorno tutto segue le leggi della concorrenza e della sopravvivenza del più̀ forte, leggi in cui il più potente trae forza ed energia vitale dalla distruzione del debole. Come conseguenza di ciò, grandi masse di persone si trovano escluse e marginalizzate, senza lavoro e senza possibilità̀, senza possibilità̀ di fuggire da questa condizione.”

sabato 17 dicembre 2016

Una vita, per un curriculum vitae.

Il lavoro precario come un passo necessario per scrivere una biografia, in questa vita-corso, necessaria per farsi le ossa o meglio per rompersi le ossa. L'uso di questa immagine vibrante, dello spaccarsi le ossa, come metafora per il pregiudizio subito dal lavoro, è tratto da una risorsa culturale condivisa, vale a dire che un'esperienza estrema ti permette di aderire al senso comune che tutti danno per scontato. Affermare la necessità del lavoro precario, come un passo nello sforzo di raggiungere un "buon lavoro", nel corso della vita. Il corso della vita è più breve della vita-corso e la speranza volerà via e sparirà.

venerdì 16 dicembre 2016

Le lacrime al vento di Metanoia (il Pentimento), in un dipinto immaginato da Luciano di Samosata (II sec.)


Dal De Mercede.

“Ci vorrebbe davvero un Apelle, un Parrasio, un Eezione, un Eufranore per dipingere questo quadro; ma poiché ora non è possibile trovare un artista che sia così valente e bravo, ti farò io uno schizzo, come sono capace. Si dipinga un vestibolo d'un palazzo alto e dorato, non già posto in piano, ma posto alto da terra sopra un colle: la salita sia lunga, erta, sdrucciolevole, di modo che più volte chi spera di essere già quasi in cima, si scapicolli, scivolando sui suoi passi. Dentro starà seduto lo stesso Pluto tutto d'oro, bellissimo e amabilissimo alla vista. In preda alla brama l'uomo, dopo esser salito con molta fatica, accostandosi alla porta, resterà abbagliato vedendo tutto quell'oro. Lo prenderà per mano Speranza, bella anch'essa e in veste variopinta, e mentre è ancora tutto pieno di meraviglia lo farà entrare. E da questo punto sarà sempre la Speranza a guidarlo; una coppia poi lo riceverà, Inganno e Servitù, e lo consegneranno a Fatica. Questa, dopo averlo molto strapazzato, lo consegnerà a Vecchiaia, già mezzo ammalato e mutato di colorito: per ultima lo prenderà Superbia, e lo trascinerà verso Disperazione. Qui Speranza volerà via e sparirà: l'uomo, non più per la porta d'oro da dove entrò, ma per una porticina sul retro, sarà cacciato via nudo, panciuto, giallo, vecchio, con una mano coprendosi le vergogne, e con l'altra strozzandosi: sulla soglia gli verrà incontro Metanoia (Pentimento), che piange a vuoto e compie la perdizione di quel miserabile.”

giovedì 15 dicembre 2016

Rapporti e contraddizioni tra la cultura “canonica”, la cultura cosiddetta “alta”, e la figura del cosiddetto “amatore”.

Due mondi separati, la cui distanza converge, in maniera non collaborativa, in uno stesso tessuto di comunità. Questa distante convergenza finisce per determinare un differente approccio anche con le istituzioni. Queste ultime, obbligate da normative di riferirsi a figure professionali e a istituti riconosciuti, “tutelari” degli obiettivi e della “qualità”, finiscono per stabilire delle gerarchie di approccio che ostacolano una chiara apertura verso una partecipazione in senso “democratico” e orizzontale. Queste dinamiche potrebbero accorparsi, senza scavalcamenti di ruoli, all’interno di un Urban Center, centro di ascolto urbano, inteso come luogo deputato all’informazione, comunicazione, partecipazione e promozione degli scenari di trasformazione in progress della città, dove conoscenze, piaceri e identità multiple, possono trovare la migliore composizione possibile.

mercoledì 14 dicembre 2016

Il godimento idiota.

L’invito alla misura non è stato raccolto, l’eccesso trionfa, contro la massima apollinea del “nulla di troppo“, un destino di solitudine ci conduce a un destino di sciagura. Tramontano le istituzioni, i partiti e le organizzazioni statuali, le figure pedagogiche e le istituzioni educative che in passato creavano limiti ai comportamenti. La tracotanza dei Proci porterà alla tragedia. Il godimento ha sostituito il desiderio. Una presunzione sociale che, invece di stabilire regole e costruire un rapporto con le leggi, ci condanna a godere dei talk show che spingono al massimo le leve turbo goderecce dello sberleffo e dell’irrisione, trasferendole ampliate nei social network, dilagando nelle piazze. 

martedì 13 dicembre 2016

Il mantra di questi giorni: “il leader migliore è quello eletto dal popolo”.

Un giudizio di valore cretino, di per sé né vero né falso; certamente falso è ciò che ne discende, la legittimazione democratica del potere che, sulla base di una banalità, instaura comportamenti di comando e obbedienza. Ancor di più: in questi giorni, ci si sta accorgendo che, l’agognato assunto, non è stato mai contemplato dalla Costituzione più bella del mondo, lo fa intravedere tra le nebbie di una sovranità che appartiene al popolo ed altre amenità come il lavoro, fondante la repubblica, ma è tutta vacuità. 

lunedì 12 dicembre 2016

Piazza Fontana: all'ordine del giorno fu posto il terrore e il presente continua a vivere l’emergenza.

Non ci sono più ponti tra la miseria umana e la perfezione mistica. Costretti in un conflitto inutile senza che esistano davvero dei buoni e dei cattivi.

domenica 11 dicembre 2016

Il povero: chi è costui?

È il soccorso pubblico che definisce il povero. Il soccorso permette il declassamento. Finché ciò non avviene, la povertà rimane invisibile, una sofferenza individuale che non assurge a fatto sociale. Mancano certificati autentici e bollati che egli è un declassato. Il soccorso non è una uscita, è un mantenimento, la possibilità di essere iscritto nell'elenco dei poveri.

Il problema nel problema è che i poveri e il relativo soccorso non sono graditi e pur di evitarne la tracciabilità e il soccorso, si inventano tante belle cose: voucher, bollenti spiriti, prestiti di onore e varie amenità, che permettono di galleggiare nella povertà senza apparire. Sono sempre le scartoffie a definire la realtà.

Gentiloni e la desovranizzazione della politica.




Il tempo della democrazia che gli si spalanca davanti è l’ingovernabile. E' chiamato a formare un governo che non dovrà governare, un obiettivo mancato fin dall'inizio, per una politica ridotta in pura tattica.

sabato 10 dicembre 2016

10 dicembre: diritti umani. Diciamo basta alla corruzione dalle cattive socializzazioni.

“nessun cittadino sia tanto opulento da poterne comprare un altro e nessuno tanto povero da essere costretto a vendersi”. Rousseau individua quella misura e quella medianità che solo il bistrattato “ceto medio” in effetti realizza, in quanto nessun riconoscimento sociale è concesso loro senza merito, senza uno sforzo per dimostrare le loro capacità.

giovedì 8 dicembre 2016

Aspettando il Natale. Il dono non è un regalo!

Il dono è carità che non si riduce ad elemosina, pesca di beneficenza o ai due euro degli SMS umanitari. Il dono presuppone, un coinvolgimento, una vulnerabilità, un rischio relazionale. Il dono è alla base della convivenza, ed è l’opposto del regalo, del gadget. Il cristianesimo ha posto un uomo-Dio crocifisso come segno del suo umanesimo del dono. Il dono è una apertura di credito, un donare fiducia correndo il rischio della croce, ma altrettanto suscita, in chi lo riceve, la responsabilità di quella accoglienza, di quella apertura. La fiducia genuina non è un contratto. La fiducia genuina è la più alta forma di dono, essendo un bene relazionale non una merce. Scambiamocela!

martedì 6 dicembre 2016

"Or va tu sù, che se' valente!"... (Dante, Purg. IV)



Abbandonati dal pilota divino, è necessario che gli italici, ritornino alla desiderata riva e “da se stessi dirigessero se stessi e badassero a sé così come fa l’intero universo” (Platone)

domenica 4 dicembre 2016

FILIPPO Vescovo di Troia in Puglia dal 1212: chi era costui?

Fu uno dei protagonisti della politica pontificia nei primi anni del sec. XIII. Tanto la sua fortuna improvvisa come la sua successiva eclissi furono legate alla figura di Innocenzo III.
La data della nascita di Filippo ci è sconosciuta, come pure sconosciute sono le sue origini e il rango della sua famiglia; le prime notizie su di lui risalgono all'anno 1196, quando le fonti lo menzionano come magister e notaio della Chiesa romana. Nello stesso periodo venne creato dall'arcivescovo di Otranto, Guglielmo, cantore del duomo di quella città in sostituzione del canonico Tommaso, che era stato deposto e scomunicato. Filippo, tuttavia, non poté beneficiare della nomina perché il predecessore non cedeva la carica. Appena divenuto papa (22 febbraio 1198), Innocenzo III ordinò una nuova, definitiva inchiesta; ma proprio con la sua ascesa al soglio pontificio la questione del cantorato di Otranto dovette passare in secondo piano agli occhi dello stesso Filippo, il cui ruolo nell'ambito della Cancelleria papale divenne immediatamente di maggior importanza. A Filippo venne infatti affidato ben presto un incarico di rilievo: dalla regina di Sicilia e imperatrice Costanza d'Altavilla (27 nov. 1198) fu incaricato di accompagnare il cardinale Giovanni di S. Stefano nella sua missione in Terra di Lavoro, con il duplice scopo di preparare il viaggio del papa nel Regno di Sicilia e di organizzare la resistenza contro Markward von Annweiler (fine 1198 - inizio 1199).
Nel 1200 Innocenzo III inviò Filippo in Inghilterra per raccogliere il denaro destinato al finanziamento della crociata; in questa circostanza, a quanto pare, l'operato di Filippo fu tale da provocare numerose controversie e da suscitare notevole risentimento contro la Chiesa di Roma. Nessun risentimento, tuttavia, dimostrò nei confronti di Filippo il sovrano inglese Giovanni Senzaterra, il quale gli assegnò anzi una rendita di 30 marchi d'argento, che fu regolarmente corrisposta fino al 1206. Nemmeno Innocenzo III perse fiducia in Filippo, dal momento che nel gennaio del 1201 lo incaricò di accompagnare il cardinale Guido di Palestrina in Germania per trattare i termini politici dell'appoggio della Sede apostolica a Ottone duca di Brunswick (il futuro imperatore quarto di questo nome), allora in lotta per la corona di Germania contro il duca di Svevia Filippo. Filippo trascorse tutto l'anno in Germania, ricevendo personalmente il giuramento di fedeltà alla Chiesa romana prestato da Ottone prima che il legato pontificio annunciasse solennemente a Colonia, il 3 luglio 1201, che Innocenzo III aveva riconosciuto Ottone come re di Germania. Dopo vari altri colloqui con Ottone Filippo lasciò la Germania per recarsi in Francia (marzo 1202), con il difficile compito di guadagnare il re Filippo II Augusto alla causa del nuovo sovrano tedesco. Nell'autunno dello stesso anno fece ritorno a Roma.
Filippo riprese il suo posto nella Cancelleria pontificia, percorrendo rapidamente la carriera all'interno del Collegio dei notai: già nel 1205, infatti, lo troviamo attestato con il titolo di primus notariorum. All'inzio del 1206 Innocenzo III nominò Filippo suo vicarius in Apulia et Terra Laboris, col compito di pacificare la regione. Per prima cosa Filippo concesse il perdono a Dipoldo di Schweinspeunt di Acerra, capo del partito filo-imperiale in Terra di Lavoro, il quale, allo scopo di consolidare le proprie posizioni politico-militari nella regione, si era deciso per un accordo con il papa. Nel corso dello stesso anno Filippo ricoprì anche l'incarico di rector della città di Benevento. La sua missione nel Regno venne bruscamente interrotta verso la fine del 1206, quando egli venne catturato dal fratello di Dipoldo, Sigfrido, come ritorsione per l'arresto dello stesso Dipoldo, che si era recato in Sicilia per ottenere la liberazione del giovane re Federico di Svevia. Filippo venne rilasciato dopo il pagamento di un forte riscatto; sembra che sia riuscito a far ritorno alla Curia romana soltanto nel marzo del 1208.
Innocenzo III gli affidò poco dopo una missione diplomatica presso Ottone di Brunswick, il quale, in seguito all'assassinio del suo grande avversario Filippo di Svevia (21 giugno 1208), era stato riconosciuto re di Germania da tutti i principi tedeschi (11 nov. 1208). Quando Ottone mosse verso l'Italia per l'incoronazione imperiale, Filippo venne inviato presso di lui, insieme con il prefetto di Roma Pietro di Vico. Nella seconda metà del 1212 F. venne elevato alla cattedra di Troia.
La promozione all'episcopato ed il rilievo che ad essa intese dare il pontefice presiedendo al rito non rappresentarono soltanto una ricompensa per i servizi resi sino allora da Filippo alla Chiesa di Roma. Essi rivelano tutta la loro portata se inseriti nel quadro del contrasto apertosi, dopo l'incoronazione romana del 4 ott. 1209, fra Ottone di Brunswick ed Innocenzo III a causa della politica meridionale avviata dal nuovo imperatore.
Fin dall'inizio del suo episcopato Filippo dovette fronteggiare una situazione difficile. La città di cui era vescovo non si era infatti piegata alle direttive del papa e persisteva a riconoscere come suo legittimo sovrano non il giovane Federico di Svevia ma Ottone, scomunicato dal papa per le sue rivendicazioni sul Regno. Filippo scelse allora di recarsi nella vicina Foggia, che si manteneva invece fedele a Federico ed al papa (novembre del 1212). A Foggia rese di pubblica ragione un documento con cui Innocenzo III ordinava di trasferire colà la sede episcopale, qualora Troia non fosse tornata alla fedeltà di Federico entro il successivo maggio (Niese, doc. 6, p. 249). Non sembra, però, che abbia dato seguito alla minaccia, se nel maggio del 1214 Filippo si trovava ancora costretto a risiedere fuori città, presso il casale di S. Lorenzo in Carmignano.
La situazione, verosimilmente, mutò soltanto dopo la sconfitta di Ottone IV a Bouvines (luglio 1214), quando anche gli abitanti di Troia furono costretti a riconoscere come loro sovrano il re di Sicilia Federico di Svevia, secondo la volontà del papa, e ad accogliere il vescovo inviato da Roma.
Ad ogni modo lasciò presto la sua sede per recarsi a Roma, dove prese parte al concilio lateranense IV aperto l'11 nov. 1215. Nel 1216 venne per la seconda volta nominato rector di Benevento, certo ancora dal papa Innocenzo III. Alla morte improvvisa di quest'ultimo (16 luglio 1216), il card. Cencio Savelli eletto al soglio di Pietro col nome di Onorio III (luglio 1216), non tardarono a manifestarsi tensioni tra il vescovo di Troia ed il nuovo pontefice. Onorio III infatti non soltanto rimosse Filippo dall'incarico di rettore di Benevento, ma fece anche avviare un'inchiesta per accertare se nella amministrazione di questa città avesse operato in modo conforme agli interessi della Sede apostolica (1217). Nello stesso anno, inoltre, Onorio III aprì un secondo procedimento contro Filippo, accusato da un suo canonico di aver alienato alcuni beni della Chiesa di Troia senza l'autorizzazione del capitolo di quella città. Il papa accolse il ricorso del canonico e fece revocare le concessioni fatte dal vescovo di Troia.
Filippo non solo si piegò alla decisione del pontefice, ma finì con l'allinearsi sulle medesime posizioni di intransigenza del suo capitolo quando si riaprì il conflitto con i cittadini e il clero di Foggia che rivendicavano l'esenzione dalla giurisdizione del vescovo di Troia. Rivelatosi inutile anche l'intervento di un legato papale, Filippo si rivolse al re di Sicilia, il giovane Federico di Svevia, da poco assurto alla corona imperiale: nel 1220 lo troviamo ad Innsbruck, dove ottenne dal sovrano la conferma di una donazione effettuata dieci anni prima a favore del suo predecessore, il vescovo Odorisio, e l'anno seguente presso la corte di Capua, dove riuscì ad ottenere il riconoscimento del diritto della Chiesa di Troia ad esigere decime a Foggia, nella misura in cui venivano pagate prima dell'inizio della disputa. Contemporaneamente veniva portato avanti anche il processo presso la Curia romana: il cardinale Tommaso di S. Sabina ascoltò le parti e quindi, sulla base delle conclusioni da lui raggiunte, Onorio III nel 1224 diede ragione su tutta la linea al vescovo di Troia.
Tuttavia pochi mesi prima di questa sentenza il prestigio di Filippo aveva subito una grave umiliazione: il papa, infatti, preoccupato per la massa di debiti che gravavano sulla Chiesa di Troia, aveva aperto un'inchiesta e temporaneamente sospeso Filippo dall'amministrazione finanziaria della diocesi, nominando come procurator in sua vece l'abate del monastero cistercense di S. Spirito di Golfignano. A Filippo furono per il momento, garantiti soltanto i mezzi necessari per il sostentamento suo e di un piccolo seguito. Non sappiamo di preciso quanto a lungo sia durata l'inchiesta, né quali risultati essa abbia avuto: gli elementi desumibili dall'ultimo gruppo di fonti note in cui appaia citato Filippo non ci consentono infatti di giungere a conclusioni certe.
L'11 marzo 1228 il nuovo papa, Gregorio IX, confermando la sentenza pronunziata quattro anni prima contro le pretese della città di Foggia, intese forse dare nuova autorità al vescovo di Troia. Dopo questa data più nulla riferiscono su Filippo le fonti note.
Filippo morì certamente prima dell'ottobre del 1233, quando è testimoniato come vescovo di Troia Guglielmo, probabilmente suo immediato successore.

(tratto da Treccani)

sabato 3 dicembre 2016

Quando la politica diventa teatro, sollecita la pancia.


Lo spettacolo che la politica mette in scena serve a generare nello spettatore delle emozioni, non già delle passioni. Come a teatro l’artista, così il politico, provoca emozioni negli altri pur non essendo a sua volta preda, le risveglia nel pubblico, ma lui ne è libero. Suscita così le emozioni altrui, incassandone il biglietto. Queste emozioni non sono passioni, come a teatro, si subisce, dalla messinscena, solo qualcosa di simile.
Lo spettatore, definendo appassionante lo spettacolo, non avverte che le sue reazioni emotive, altro non sono che affezioni di pancia; al contrario, una passione scaturisce da un giudizio, cui la mente dà il proprio assenso.
Seneca, in uno dei suoi scritti giovanili, ci avverte che trovarsi di fronte a un attore che recita Oreste è come affacciarsi sull'orlo di un burrone: si prova un senso di vertigine e turbamento, a cui persino il più avveduto soccombe senza opporre resistenza.

mercoledì 30 novembre 2016

… inutile spulciare il testo.



Il quesito referendario, divenuto irrilevante, è un pretesto per dire da che parte si sta. Voto SI, non mi va di stare dall'altra parte. 

domenica 27 novembre 2016

… ogni scarafone è bello a mamma sua.

Lo scarafone, di cui si parla, è quello della Costituzione più bella del mondo, quella della “Repubblica fondata sul lavoro”: il lavoro di cui parla la Costituzione è il lavoro salariato che fonda la società capitalistica, la quale oggi ha dimensione mondo. Il 4 dicembre non è, in alcun modo, un appuntamento fatidico, comunque vada si confermerà la nostra servitù al sistema capitalistico. Il sistema divenuto misericordioso, rispondendo all’invito di Papa Francesco, ci ha proposto un aggiornamento per non farci più male e noi, italica gente, popolo di santi, poeti e navigatori, abbiamo pensato bene di dividerci fra posizioni liberiste tout court e posizioni liberiste populiste. La Rivoluzione è rimandata.

sabato 26 novembre 2016

Ferrante Pandolfini Vescovo di Troia (1525 - 1560), frate ali frati dulcissimi con doglia e lachrime fece questo sepolcro nell’anno mille cinquecento trentaquattro


Santa Maria la Nova in Napoli
Nella chiesa di Santa Maria la Nova in Napoli, dietro il choro dalla parte destra, è una cappella con un sepolcro di marmo, ov’è scolpito lo sotto scritto epitaphio:




D. S. S.
Pietro, & Dionisio Pandolfinis, qui primo
Aetatis flore, Troiæ in Daunis Fati acerbitate
rapti sunt, Ferdinandus Episcopus Troianus
solus tantæ Familiæ superstes, ut cum
Pandolfo Auo paterno suo eodem in tumulo
 conquiescerent, Frater Fratribus dulcissimis
cum mœrore, & lachrimis posuit.
 An. M.D.XXXIIII.

Quale parole così dicono in volgare:
“Deo sacro sacrum.
A Dio sacro sacrato.
A Petro e Dionisio Pandolfini, i quali nel fior della prima età a Troia in Puglia per l’acerbità del fato furno tolti; Ferrante vescovo di Troia, rimasto solo in una tanta famiglia, acciò con Pandolfo, suo avo paterno, nel medesmo tumulo si riposassero, il frate ali frati dulcissimi con doglia e lachrime fece questo sepolcro nell’anno mille cinquecento trentaquattro”.
Da Pietro de Stefano - Descrittione dei luoghi sacri della città di Napoli.


venerdì 25 novembre 2016

Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.

Franca Viola

Incapace di relazionarsi, la bestia risolve con la violenza. Una violenza, fin qui, se non attivamente incoraggiata, certamente minimizzata. Quanto rammarico, per nostre madri e nonne, le cui vite sono state così a lungo degradate dalla nostra repubblica.
Nel 1965, per la prima volta in Italia, una ragazzina 17enne, Franca Viola di Alcamo, rifiuta il “matrimonio riparatore” offerto dal suo violentatore. Inquietante vigeva articolo 544 del codice penale che prevedeva l’annullamento di ogni conseguenza penale per l’aggressore, e per i suoi eventuali correi, nel caso in cui egli si fosse offerto di sposare la vittima. Mentre l’art. 587 prevedeva che chi provocava la morte del coniuge o di un familiare perché offeso per motivi di adulterio o di rapporti sessuali fuori dal matrimonio, poteva essere condannato a 3 massimo 7 anni di carcere, che in caso di soggetti incensurati, potevano ridursi a pene irrisorie.
Ebbene, quando, finalmente, il bicameralismo perfetto, della costituzione più bella, avrebbe consentito di superare normative così evidentemente arcaiche e superate? Settembre 1981, con l’abrogazione di questi due articoli: una bella attesa!! Ma non è finita. I due articoli citati avevano una premessa logica e teorica nel fatto che i reati di violenza carnale erano inseriti nel Titolo del codice penale dedicato ai reati “contro la morale e il buon costume”. Non si trattava, quindi, di reati contro la persona che li subiva e gli articoli 544 e 587 si inserivano in un quadro complessivo coerente. Ma la riforma di questa parte, non irrilevante, del Codice venne licenziata dal Parlamento italiano solo nel febbraio 1996.
L'Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel 1999, ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica in quel giorno.
In Italia solo dal 2005 alcuni centri antiviolenza e Case delle donne hanno iniziato a celebrare questa giornata.

Nel 2007 100.000 donne hanno manifestato a Roma "Contro la violenza sulle donne", senza alcun patrocinio politico. 

mercoledì 23 novembre 2016

Trasfiguriamo l’ordinario.


Foto di Giuseppe Berardi
Siamo incapaci d’imparare in quanto incapaci di dimenticare i nostri limiti.
Trasfigurando l’ordinario, il comune, il quotidiano, ponendolo in relazione con il tutto, nel quale si sperimenta la nostra vita, impariamo a comprendere noi nel mondo, dando un senso a una vita che ci appare senza senso.
Nel cattolicesimo, i sacramenti coinvolgono il fedele prendendo dell’ordinario e ponendolo in relazione con il divino. Per esempio, nel sacramento della Comunione il valore della condivisione di un pasto è celebrato con tutti i valori relativi di famiglia e d'amicizia. Nella Confessione il processo di riparazione di un rapporto è collegato con la nostra relazione con il divino. In tutte le religioni la vita della comunità è intesa come legata con l'eterno. In questo modo pratiche quotidiane sono trasfigurate, il loro valore come parte di una vita è ri-presentato (riflesso indietro alla comunità) in una nuova luce e riaffermato.
Salire un gradino più in alto, con fede o senza, si può.  Focalizzare la nostra attenzione sulle condizioni del rapporto umano con il mondo e gli altri.



domenica 20 novembre 2016

“Misericordes sicut Pater”



Quale significato assume questa parola della mistica cristiana? Può essa divenire parola del pensiero? La sua assenza è l’abbandono. Possiamo abbandonare tutto e tutti, tranne la morte, tranne la nostra finitezza, viviamo per il finire. Sceglier di non abbandonare, per non essere abbandonati, questo è il senso della parola misericordia, nel suo divenire parola del pensiero.

“Misericordes sicut Pater” “Siate misericordiosi come il Padre”: è l’invito che trasferisce a possibilità ulteriori, ultra individuali, i nostri comportamenti. Aprire la “Porta Santa” e attraversarla per essere in assonanza con l’esistente, chiudendola definitivamente ai nostri egoismi. Non so se Tu ti salverai, so invece che sarà l’Umanità a salvarsi. Forse il messaggio salvifico del Cristo non è rivolto a te presuntuosa creatura, ma all'Umanità. 
Fanne parte!

L'avventura dauna di Diomede nei versi di Licofrone.




da L'Alessandra di Licofrone
Traduzione di Onofrio Gargiulli

...
nella Daunia poi, tratta la nave
Sul curvo lido al fin , di moli , e sassi
Fia, che di Posidone il suolo aggrave.
Come noto l'inganno a lui farassi
Del suo germano Aleno, egli il conteso
Ausonio campo a maledir porrassi:
Neghino sterilite il frutto atteso,
Dirà, queste campagne, ove non colte
L' abbia uom dal sangue Etolico disceso.
Di lui, poichè fia morto, in mar le molte
Statue saran gettate, e nuovamente
Poste poi sulla base, onde fur tolte:
E in Corcira, uccisor di un rio serpente,
Ei dagli abitator del curvo lato,
Che l'Ionica bagna onda fremente,
Nume sarà liberator chiamato.

venerdì 18 novembre 2016

Eretico: colui che sceglie.


Scegliere di stare al mondo in una certa maniera; una vera perversione! Perché scegliere se c’è già una buona maniera d’essere?
… proprio come una ginestra, flessibile, scegliamo di vivere ciò che siamo, sopportando, com’essa sopporta, la violenza della natura, “madre di parto e di voler matrigna”.



Giacomo Leopardi - Canti 
La ginestra, o il fiore del deserto
  Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fûr liete ville e cólti,
e biondeggiâr di spiche, e risonâro
di muggito d’armenti;
fûr giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fûr cittá famose,
che coi torrenti suoi l’altèro monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
ove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrá dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
«Le magnifiche sorti e progressive».

     Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e vòlti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra sé. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto;
bench’io sappia che obblio
preme chi troppo all’etá propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertá vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltá, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Cosí ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci die’. Per queste il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe’ palese; e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

     Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama sé né stima
ricco d’òr né gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma sé di forza e di tesor mendíco
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io giá, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice: — A goder son fatto, —
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nòve
felicitá, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest’orbe, promettendo in terra
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sí, ch'avanza
a gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
ch’a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor piú gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dá la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccom’è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede cosí, qual fôra in campo
cinto d’oste contraria, in sul piú vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
Cosí fatti pensieri
quando fien, come fûr, palesi al volgo;
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper; l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probitá del volgo
cosí star suole in piede
quale star può quel c’ha in error la sede.

     Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa,
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo, ove l’uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor piú senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o cosí paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’uomo? E rimembrando
il tuo stato quaggiú, di cui fa segno
il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto; e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell’universe cose
scender gli autori, e conversar sovente
co’ tuoi piacevolmente; e che, i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
fin la presente etá, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
200verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietá prevale.

     Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
cui lá nel tardo autunno
maturitá senz’altra forza atterra,
d’un popol di formiche i dolci alberghi
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l’opre,
e le ricchezze ch’adunate a prova
con lungo affaticar l’assidua gente
avea provvidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un punto; cosí d’alto piombando,
dall’utero tonante
scagliata al ciel profondo,
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furiosa tra l’erba
di liquefatti massi
e di metalli e d’infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar lá su l’estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e ricoperse
in pochi istanti: onde su quelle or pasce
la capra, e cittá nove
sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
son le sepolte, e le prostrate mura
l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
dell’uom piú stima o cura
ch’alla formica: e se piú rara in quello
che nell’altra è la strage,
non avvien ciò d’altronde
fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

     Ben mille ed ottocento
anni varcâr poi che sparîro, oppressi
dall’ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta piú mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul tetto
dell’ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando piú volte, esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall’inesausto grembo
sull’arenoso dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l’acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontan l’usato
suo nido, e il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al flutto rovente,
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
dopo l’antica obblivion, l’estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietá rende all’aperto;
e dal deserto fòro
diritto infra le file
de’ mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
per li vacui teatri,
per li templi deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per vòti palagi atra s’aggiri,
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l’ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Cosí, dell’uomo ignara e dell’etadi
ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sí lungo cammino
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede:
e l’uom d’eternitá s’arroga il vanto.

     E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
giá noto, stenderá l’avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver’ le stelle,
né sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma piú saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti

o dal fato o da te fatte immortali.


giovedì 17 novembre 2016

I beni culturali: l’eredità della vergogna.

Questo mio spirito esigente, che esige cose sempre più definite, non smette mai di interrogarsi. Interrogazioni campate in aria, in quanto non radicate nelle retoriche sinuose, vischiose e ingombranti del mito culturale. Acquisire conoscenza è tutt'altra cosa, soprattutto di fronte alla vita che, se indagata con la dovuta serietà, ci porta fuori da quei cancelli. Fuori si ha una prospettiva eccentrica dell’interno che ci permette di non soccombere ai messaggi subliminali che le strutture percettive, ivi collocate, ci possono trasmettere. Messaggi di potere, di un potere aristocratico che, utilizzando corvée, le ha realizzate. Ancor oggi quei beni ci invitano a una memoria ossessiva, istituzionalizzata e acritica, amalgamando e confondendo, in una visione allucinata, modelli di vita e stili di vita realmente vissuti, confermando un’etica e una morale che è, ancor oggi, una morale aristocratica rancorosa.
Sapremo purgarci della tossicità della memoria che grava come macigno sulla scrittura troiana moderna. Sapremo con la conoscenza, scevra da tormentoni culturali, abbattere quel cancello, facendo vivere quei ‘beni’ nello spazio della modernità che è lo spazio della vita? 


martedì 15 novembre 2016

All'attenzione dell'eventuale curatore della biblioteca di Troia.

Articoli da recuperare

Quei ricami verso il cielo – di Patruno Lino – in “Bell’Italia”, n. 35, marzo 1989, pag. 62-69

La Cattedrale della Libertà – di Martin Jean-Marie - in “Medioevo”, anno 2, n. 6, giugno 1998, pag. 62-66

Troia - Chiesa di San Basilio – di De Santis – in “L’Osservatore Romano”, n. 110, 11 maggio 1941, pag.2

Gloria di uno scalpellino – di Petrucci Alfredo – in “Il Messaggero di Roma”, del 10 maggio 1960, pag. 3

La guerra di Troia ma stavolta in Puglia – di Lavermicocca Nino – in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, del 19 giugno 1987, pag. 3

Dalle vestigia romane e paleocristiane al romanico della Cattedrale di Troia – di Mazzoleni Danilo -  in “L’Osservatore Romano” del 23 maggio 1987, pag. 3

L'"Infortunio" di Iacopo Filippo Pellenegra - di Romano Angelo - in "Studi e problemi di critica testuale", n. 51, ottobre 95, pag. 101-123

Splendori umanistici - di Pisanti Tommaso - in "Il Mattino", 14 settembre 1989, pag. 18

La battaglia di Vaccarizza - di Fuiano Michele - in "Archivio storico per le province napoletane", anno  1964, pag. 97-120

Una fonte dei "Gesta Roberti Wiscardi" di Guglielmo di Puglia - di  Fuiano Michelein "Convivium raccolta nuova", n. 2 (1950) pp. 249–270

Da Aecae a Troia - di Vito Sivo in "Quaderni medievali", n. 24, 1987, pag. 155

La collezione degli argenti del Museo diocesano di Troia / Giovanni Boraccesi. Pubblicato da Foggia C. Grenzi, 2009.

Rotoli di Exultet dell'Italia meridionale. Exultet 1, 2, benedizionale dell'Archivio della Cattedrale di Bari. Exultet 1, 2, 3 dell'Archivio Capitolare di Troia . CONTRIBUTI sull'exultet 3 di Troia di Carlo Bertelli. Prefazione di Armando Petrucci.  Autore: Cavallo, Guglielmo. Editore: Bari, Adriatica 1973.

La villa romana di Muro Rotto : paesaggi archeologici nel territorio di Aecae / a cura di Giuseppe Ceraudo, Veronica Ferrari ; contributi ai testi di Laura Castrianni  - Edito: Foggia C. Grenzi, 2010.

La genesi dell'antroponimia moderna in Capitanata : l'esempio di Troia (1034-1250) - Di Villani Matteo – In “Mélanges de l'Ecole française de Rome”. Moyen-Age  Année 1994  Volume 106  Numéro 2  pp. 667-681

Due tombe altomedievali scoperte a Troia (Foggia) - di ANGELA, C. D – In "Vetera Christianorum", 01/1988, Volume 25, Fascicolo 2

Il culto di S. Sofia a Troia nell'XI secolo - di GIRARDI, Min “Vetera Christianorum”, 01/1989, Volume 26, Fascicolo 1

“La Cattedrale di Troia” - di Iarussi, Ugo - In “La Capitanata” Anno XXII, Parte seconda, nr. 07-12





Il mistero di Bamba: come un monastero di Orsara possedeva un villaggio in Spagna

Orsara di Puglia Santuario S. Michele Arcangelo e Abbazia   Esistono storie medievali che sembrano uscite da un romanzo di avventura, capaci...