È il Liber Coloniarum a svelarcela. Negli
ultimi decenni del III secolo a.C., sita tra Arpi ed Aecae, sorgeva una città apula Carmeia, soggetta
anch’essa a mutilazioni territoriali
post-belliche. Vaste quote del
territorio delle città alleatesi con Annibale furono infatti confiscate,
inserendo porzioni di ager publicus
populi Romani. Uno scavo effettuato da Jones, che rivela un incrocio
stradale, conferma la datazione, e un cardo
del decumano, susseguente al passaggio della Traiana, ne attesta la
sopravvivenza in età imperiale inoltrata. Carmeia è ormai concordemente
identificata con San Lorenzo in Carmignano. In età tardo antica Carmeia fu sede
episcopale, cui appartiene Probus
episcopus ecclesiae Carmeianensis del 502. Il suo territorio fu inglobato
in un vasto latifondo imperiale, come documenta la citazione che ricorda il procurator rei privatae per Apulia et
Calabria sive saltus Carminianensis.
Con Aecae,
anche Carmeia subì la spedizione di Costante II e la successiva dominazione
longobarda, per poi risorgere con Troia nell’XI secolo, alla cui diocesi fu
inglobata da Papa Alessandro II (1061- 1073), legata all’arcipretura di Sn
Basilio con il nome di Casale di San Lorenzo in Carmignano. Nel maggio 1092, il
Duca Ruggiero lo trasferisce alla mensa vescovile in perpetuo e nel 1102 ne
amplia il territorio estendendolo come vanno i confini da Troiani con Sipontini insino al Colonnello. Nel gennaio del 115,
morto Ruggiero, il figlio Guglielmo conferma la donazione. Nel 1160 Roberto il
Guiscardo provvide ad erigere una chiesa che fregiò del titolo di San Lorenzo,
arricchita da una reliquia del martire, posta in un pregevole ostensorio d’argento
recante la scritta S. Laurentius in
Carm. Rob Dux A. D. MLX, tale reliquia verrà smarrita
col successivo trasferimento a Foggia, ritrovata si conserva nel tesoro della cattedrale di Foggia.
Anche
Federico II volle in San Lorenzo in Carminiano porvi una Domos valde pulcras, citata dallo scrittore Saba Malaspina. Questa
Domos ebbe l’onore di ospitare, oltre la corte dell’imperatore, Giovanni di
Brienne, re di gerusalemme, suocero di Federico e da qui, preso da sdegno per
il tradimento dei foggiani istigati dal Papa, compose la famosa invettiva:
Fogia, cur me fugis, cum te fecit mea
manus?
Ut video tibi est rector de capite
vanus.
Non bene noscebam tuos, mala vipera
mores,
A longe credenbam te mihi pendere
fores,
Per facta maiorum capiuntura facta
minorum;
Aspium Barlettam, quae manet vertice
tristi.
Doleo si cogor te loedere factio
nostra,
Sed si vis loedi, culpa erit el
laesio tua.
Nox funditur terris; quid sit actura
videbis,
Ut hodie si cras incoepta lege
manebis;
Pur caput hoc juro semper sine fine
dolebis.
La magnifica
villa fu in parte distrutta dalle truppe pontificie di Papa Alessandro IV in
lotta con Manfredi nel 1255.
Del casale,
i vescovi di Troia hanno portato il titolo baronale.
Di tanta
gloria, ora rimane una chiesetta in avanzato stato di degrado, cui i foggiani
erano molto affezionati, “a fest de Sant
Lavrinz”, sino alla prima metà del secolo scorso, era solennizzata dai
bettolai i quali su i train carichi
di gente, vi si recavano tra canti, strilli e … barili di vino. Anche questa
tradizione è scomparsa.








