mercoledì 30 novembre 2016
… inutile spulciare il testo.
domenica 27 novembre 2016
… ogni scarafone è bello a mamma sua.
Lo scarafone,
di cui si parla, è quello della Costituzione più bella del mondo, quella della “Repubblica
fondata sul lavoro”: il lavoro di cui parla la Costituzione è il lavoro
salariato che fonda la società capitalistica, la quale oggi ha dimensione mondo.
Il 4 dicembre non è, in alcun modo, un appuntamento fatidico, comunque vada si
confermerà la nostra servitù al sistema capitalistico. Il sistema divenuto
misericordioso, rispondendo all’invito di Papa Francesco, ci ha proposto un
aggiornamento per non farci più male e noi, italica gente, popolo di santi,
poeti e navigatori, abbiamo pensato bene di dividerci fra posizioni liberiste tout
court e posizioni liberiste populiste. La Rivoluzione è rimandata.
sabato 26 novembre 2016
Ferrante Pandolfini Vescovo di Troia (1525 - 1560), frate ali frati dulcissimi con doglia e lachrime fece questo sepolcro nell’anno mille cinquecento trentaquattro
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| Santa Maria la Nova in Napoli |
Nella chiesa
di Santa Maria la Nova in Napoli, dietro
il choro dalla parte destra, è una cappella con un sepolcro di marmo, ov’è
scolpito lo sotto scritto epitaphio:
D. S. S.
Pietro, & Dionisio Pandolfinis,
qui primo
Aetatis flore, Troiæ in Daunis Fati
acerbitate
rapti sunt, Ferdinandus Episcopus
Troianus
solus tantæ Familiæ superstes, ut cum
Pandolfo Auo paterno suo eodem in
tumulo
conquiescerent, Frater Fratribus dulcissimis
cum mœrore, & lachrimis posuit.
An. M.D.XXXIIII.
Quale parole così dicono in volgare:
“Deo sacro sacrum.
A Dio sacro sacrato.
A Petro e Dionisio Pandolfini, i quali nel fior della prima
età a Troia in Puglia per l’acerbità del fato furno tolti; Ferrante vescovo di
Troia, rimasto solo in una tanta famiglia, acciò con Pandolfo, suo avo paterno,
nel medesmo tumulo si riposassero, il frate ali frati dulcissimi con doglia e lachrime
fece questo sepolcro nell’anno mille cinquecento trentaquattro”.
venerdì 25 novembre 2016
Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
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| Franca Viola |
Incapace di
relazionarsi, la bestia risolve con la violenza. Una violenza, fin qui, se non attivamente
incoraggiata, certamente minimizzata. Quanto rammarico, per nostre madri e
nonne, le cui vite sono state così a lungo degradate dalla nostra repubblica.
Nel 1965,
per la prima volta in Italia, una ragazzina 17enne, Franca Viola di Alcamo,
rifiuta il “matrimonio riparatore” offerto dal suo violentatore. Inquietante vigeva
articolo 544 del codice penale che prevedeva l’annullamento di ogni conseguenza
penale per l’aggressore, e per i suoi eventuali correi, nel caso in cui egli si
fosse offerto di sposare la vittima. Mentre l’art. 587 prevedeva che chi
provocava la morte del coniuge o di un familiare perché offeso per motivi di
adulterio o di rapporti sessuali fuori dal matrimonio, poteva essere condannato
a 3 massimo 7 anni di carcere, che in caso di soggetti incensurati, potevano
ridursi a pene irrisorie.
Ebbene,
quando, finalmente, il bicameralismo perfetto, della costituzione più bella,
avrebbe consentito di superare normative così evidentemente arcaiche e
superate? Settembre 1981, con l’abrogazione di questi due articoli: una bella
attesa!! Ma non è finita. I due articoli citati avevano una premessa logica e
teorica nel fatto che i reati di violenza carnale erano inseriti nel Titolo del
codice penale dedicato ai reati “contro la morale e il buon costume”. Non si
trattava, quindi, di reati contro la persona che li subiva e gli articoli 544 e
587 si inserivano in un quadro complessivo coerente. Ma la riforma di questa
parte, non irrilevante, del Codice venne licenziata dal Parlamento italiano
solo nel febbraio 1996.
L'Assemblea
generale delle Nazioni Unite, nel 1999, ha designato il 25 novembre come data
della ricorrenza e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le
ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica in quel
giorno.
In Italia
solo dal 2005 alcuni centri antiviolenza e Case delle donne hanno iniziato a
celebrare questa giornata.
Nel 2007
100.000 donne hanno manifestato a Roma "Contro la violenza sulle donne",
senza alcun patrocinio politico.
mercoledì 23 novembre 2016
Trasfiguriamo l’ordinario.
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| Foto di Giuseppe Berardi |
Siamo incapaci
d’imparare in quanto incapaci di dimenticare i nostri limiti.
Trasfigurando
l’ordinario, il comune, il quotidiano, ponendolo in relazione con il tutto, nel
quale si sperimenta la nostra vita, impariamo a comprendere noi nel mondo, dando
un senso a una vita che ci appare senza senso.
Nel
cattolicesimo, i sacramenti coinvolgono il fedele prendendo dell’ordinario e ponendolo
in relazione con il divino. Per esempio, nel sacramento della Comunione il
valore della condivisione di un pasto è celebrato con tutti i valori relativi
di famiglia e d'amicizia. Nella Confessione il processo di riparazione di un
rapporto è collegato con la nostra relazione con il divino. In tutte le
religioni la vita della comunità è intesa come legata con l'eterno. In questo
modo pratiche quotidiane sono trasfigurate, il loro valore come parte di una
vita è ri-presentato (riflesso indietro alla comunità) in una nuova luce e
riaffermato.
Salire un
gradino più in alto, con fede o senza, si può.
Focalizzare la nostra attenzione sulle condizioni del rapporto umano con
il mondo e gli altri.
domenica 20 novembre 2016
“Misericordes sicut Pater”
“Misericordes
sicut Pater” “Siate misericordiosi come il Padre”: è l’invito che trasferisce a
possibilità ulteriori, ultra individuali, i nostri comportamenti. Aprire la “Porta
Santa” e attraversarla per essere in assonanza con l’esistente, chiudendola definitivamente
ai nostri egoismi. Non so se Tu ti salverai, so invece che sarà l’Umanità a
salvarsi. Forse il messaggio salvifico del Cristo non è rivolto a te
presuntuosa creatura, ma all'Umanità.
Fanne parte!
L'avventura dauna di Diomede nei versi di Licofrone.
da L'Alessandra di Licofrone
Traduzione di Onofrio Gargiulli
...
nella Daunia poi, tratta la nave
Sul curvo lido al fin , di moli , e sassi
Fia, che di Posidone il suolo aggrave.
Come noto l'inganno a lui farassi
Del suo germano Aleno, egli il conteso
Ausonio campo a maledir porrassi:
Neghino sterilite il frutto atteso,
Dirà, queste campagne, ove non colte
L' abbia uom dal sangue Etolico disceso.
Di lui, poichè fia morto, in mar le molte
Statue saran gettate, e nuovamente
Poste poi sulla base, onde fur tolte:
E in Corcira, uccisor di un rio serpente,
Ei dagli abitator del curvo lato,
Che l'Ionica bagna onda fremente,
Nume sarà liberator chiamato.
venerdì 18 novembre 2016
Eretico: colui che sceglie.
Scegliere di stare al mondo in una certa maniera; una vera perversione! Perché scegliere se c’è già
una buona maniera d’essere?
… proprio come una ginestra, flessibile, scegliamo di vivere
ciò che siamo, sopportando, com’essa sopporta, la violenza della natura, “madre
di parto e di voler matrigna”.
Giacomo Leopardi - Canti
La ginestra, o il fiore del deserto
Qui su l’arida
schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fûr liete ville e cólti,
e biondeggiâr di spiche, e risonâro
di muggito d’armenti;
fûr giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fûr cittá famose,
che coi torrenti suoi l’altèro monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
ove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrá dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
«Le magnifiche sorti e progressive».
Qui mira e qui ti
specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e vòlti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra sé. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto;
bench’io sappia che obblio
preme chi troppo all’etá propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertá vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltá, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Cosí ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci die’. Per queste il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe’ palese; e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Uom di povero
stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama sé né stima
ricco d’òr né gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma sé di forza e di tesor mendíco
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io giá, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice: — A goder son fatto, —
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nòve
felicitá, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest’orbe, promettendo in terra
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sí, ch'avanza
a gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
ch’a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor piú gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dá la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccom’è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede cosí, qual fôra in campo
cinto d’oste contraria, in sul piú vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
Cosí fatti pensieri
quando fien, come fûr, palesi al volgo;
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper; l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probitá del volgo
cosí star suole in piede
quale star può quel c’ha in error la sede.
Sovente in queste
rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa,
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo, ove l’uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor piú senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o cosí paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’uomo? E rimembrando
il tuo stato quaggiú, di cui fa segno
il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto; e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell’universe cose
scender gli autori, e conversar sovente
co’ tuoi piacevolmente; e che, i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
fin la presente etá, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
200verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietá prevale.
Come d’arbor
cadendo un picciol pomo,
cui lá nel tardo autunno
maturitá senz’altra forza atterra,
d’un popol di formiche i dolci alberghi
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l’opre,
e le ricchezze ch’adunate a prova
con lungo affaticar l’assidua gente
avea provvidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un punto; cosí d’alto piombando,
dall’utero tonante
scagliata al ciel profondo,
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furiosa tra l’erba
di liquefatti massi
e di metalli e d’infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar lá su l’estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e ricoperse
in pochi istanti: onde su quelle or pasce
la capra, e cittá nove
sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
son le sepolte, e le prostrate mura
l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
dell’uom piú stima o cura
ch’alla formica: e se piú rara in quello
che nell’altra è la strage,
non avvien ciò d’altronde
fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.
Ben mille ed
ottocento
anni varcâr poi che sparîro, oppressi
dall’ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta piú mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul tetto
dell’ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando piú volte, esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall’inesausto grembo
sull’arenoso dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l’acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontan l’usato
suo nido, e il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al flutto rovente,
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
dopo l’antica obblivion, l’estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietá rende all’aperto;
e dal deserto fòro
diritto infra le file
de’ mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
per li vacui teatri,
per li templi deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per vòti palagi atra s’aggiri,
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l’ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Cosí, dell’uomo ignara e dell’etadi
ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sí lungo cammino
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede:
e l’uom d’eternitá s’arroga il vanto.
E tu, lenta
ginestra,
che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
giá noto, stenderá l’avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver’ le stelle,
né sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma piú saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.
giovedì 17 novembre 2016
I beni culturali: l’eredità della vergogna.
Questo mio spirito esigente, che esige cose sempre più
definite, non smette mai di interrogarsi. Interrogazioni campate in aria, in
quanto non radicate nelle retoriche sinuose, vischiose e ingombranti del mito culturale.
Acquisire conoscenza è tutt'altra cosa, soprattutto di fronte alla vita che, se
indagata con la dovuta serietà, ci porta fuori da quei cancelli. Fuori si ha
una prospettiva eccentrica dell’interno che ci permette di non soccombere ai
messaggi subliminali che le strutture percettive, ivi collocate, ci possono
trasmettere. Messaggi di potere, di un potere aristocratico che, utilizzando corvée,
le ha realizzate. Ancor oggi quei beni ci invitano a una memoria ossessiva, istituzionalizzata
e acritica, amalgamando e confondendo, in una visione allucinata, modelli di
vita e stili di vita realmente vissuti, confermando un’etica e una morale che
è, ancor oggi, una morale aristocratica rancorosa.
Sapremo purgarci della tossicità della memoria che grava
come macigno sulla scrittura troiana moderna. Sapremo con la conoscenza, scevra da tormentoni culturali, abbattere
quel cancello, facendo vivere quei ‘beni’ nello spazio della modernità che è lo
spazio della vita?
martedì 15 novembre 2016
All'attenzione dell'eventuale curatore della biblioteca di Troia.
Articoli da
recuperare
Quei ricami verso il cielo – di Patruno Lino – in “Bell’Italia”,
n. 35, marzo 1989, pag. 62-69
La Cattedrale della Libertà – di Martin Jean-Marie - in “Medioevo”,
anno 2, n. 6, giugno 1998, pag. 62-66
Troia - Chiesa di San Basilio – di De Santis – in “L’Osservatore
Romano”, n. 110, 11 maggio 1941, pag.2
Gloria di uno scalpellino – di Petrucci Alfredo – in “Il
Messaggero di Roma”, del 10 maggio 1960, pag. 3
La guerra di Troia ma stavolta in Puglia – di Lavermicocca
Nino – in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, del 19 giugno 1987, pag. 3
Dalle vestigia romane e paleocristiane al romanico della
Cattedrale di Troia – di Mazzoleni Danilo - in “L’Osservatore Romano” del 23 maggio 1987,
pag. 3
L'"Infortunio" di Iacopo Filippo Pellenegra - di Romano Angelo - in "Studi e problemi di critica testuale", n. 51, ottobre 95, pag. 101-123
L'"Infortunio" di Iacopo Filippo Pellenegra - di Romano Angelo - in "Studi e problemi di critica testuale", n. 51, ottobre 95, pag. 101-123
Splendori umanistici - di Pisanti Tommaso - in "Il Mattino", 14 settembre 1989, pag. 18
La battaglia di Vaccarizza - di Fuiano Michele - in "Archivio storico per le province napoletane", anno 1964, pag. 97-120
Una fonte dei "Gesta Roberti Wiscardi" di Guglielmo di Puglia - di Fuiano Michele, in "Convivium raccolta nuova", n. 2 (1950) pp. 249–270
Da Aecae a Troia - di Vito Sivo in "Quaderni medievali", n. 24, 1987, pag. 155
La collezione degli argenti del Museo diocesano di Troia / Giovanni Boraccesi. Pubblicato da Foggia C. Grenzi, 2009.
La battaglia di Vaccarizza - di Fuiano Michele - in "Archivio storico per le province napoletane", anno 1964, pag. 97-120
Una fonte dei "Gesta Roberti Wiscardi" di Guglielmo di Puglia - di Fuiano Michele, in "Convivium raccolta nuova", n. 2 (1950) pp. 249–270
Da Aecae a Troia - di Vito Sivo in "Quaderni medievali", n. 24, 1987, pag. 155
La collezione degli argenti del Museo diocesano di Troia / Giovanni Boraccesi. Pubblicato da Foggia C. Grenzi, 2009.
Rotoli di
Exultet dell'Italia meridionale. Exultet 1, 2, benedizionale dell'Archivio
della Cattedrale di Bari. Exultet 1, 2, 3 dell'Archivio Capitolare di Troia .
CONTRIBUTI sull'exultet 3 di Troia di Carlo Bertelli. Prefazione di Armando
Petrucci. Autore: Cavallo,
Guglielmo. Editore: Bari, Adriatica 1973.
La villa romana di Muro Rotto : paesaggi archeologici nel territorio di Aecae / a cura di Giuseppe Ceraudo, Veronica Ferrari ; contributi ai testi di Laura Castrianni - Edito: Foggia C. Grenzi, 2010.
La genesi dell'antroponimia moderna in Capitanata : l'esempio di Troia (1034-1250) - Di Villani Matteo – In “Mélanges de l'Ecole française de Rome”. Moyen-Age Année 1994 Volume 106 Numéro 2 pp. 667-681
Due tombe altomedievali scoperte a Troia (Foggia) - di ANGELA, C. D – In "Vetera Christianorum", 01/1988, Volume 25, Fascicolo 2
Il culto di S. Sofia a Troia nell'XI secolo - di GIRARDI, M – in “Vetera Christianorum”, 01/1989, Volume 26, Fascicolo 1
“La Cattedrale di Troia” - di Iarussi, Ugo - In “La Capitanata” Anno XXII, Parte seconda, nr. 07-12
La villa romana di Muro Rotto : paesaggi archeologici nel territorio di Aecae / a cura di Giuseppe Ceraudo, Veronica Ferrari ; contributi ai testi di Laura Castrianni - Edito: Foggia C. Grenzi, 2010.
La genesi dell'antroponimia moderna in Capitanata : l'esempio di Troia (1034-1250) - Di Villani Matteo – In “Mélanges de l'Ecole française de Rome”. Moyen-Age Année 1994 Volume 106 Numéro 2 pp. 667-681
Due tombe altomedievali scoperte a Troia (Foggia) - di ANGELA, C. D – In "Vetera Christianorum", 01/1988, Volume 25, Fascicolo 2
Il culto di S. Sofia a Troia nell'XI secolo - di GIRARDI, M – in “Vetera Christianorum”, 01/1989, Volume 26, Fascicolo 1
“La Cattedrale di Troia” - di Iarussi, Ugo - In “La Capitanata” Anno XXII, Parte seconda, nr. 07-12
Una antica lite. Lo Monte Frumentario del Regno contra il presente Vescovo della Chiesa di Troia. Si ricerca se gli accrescimenti fatti da un Prelato su’ fondi della sua Mensa debbano appartenere allo Spoglio di lui.
Lo Spoglio
di cui si parla è, in diritto canonico, il superfluo della rendita della Mensa
Vescovile che resta alla morte del Vescovo e di cui quest’ultimo, per una legge
antichissima, non può disporre per testamento, gravando su di esso il diritto
della Chiesa, chiamata a distribuire ai poveri eccedenze ed accumuli oltre le
rendite beneficiate. Più specificatamente lo Spoglio, causa della lite, è
quello risultante alla morte del Vescovo Marco De Simone (17 luglio 1752 - 24
febbraio 1777), rivendicato dal suo successore Monsignor Giovanni Giacomo Onorati (12 maggio
1777 - 6 marzo 1793) contro i delegati del Capitolo della Chiesa Troiana che
con sollecitudine e ancor prima di custodire le spoglie del defunto Vescovo De
Simone, procedettero alla formazione del
solenne Inventario di tutto ciò, che a tale Spoglio giudicarono appartenerli.
Appresto a molte vicende, che inutile
sarebbe il divisarle, l’affare cambiò di aspetto per la nuova polizia nel nostro
Regno. Imperocché a ventisei di luglio dell’anno settantanove fu ripristinata
una delle leggi primordiali del’ nostro Regno riguardanti l’amministrazione
delle Chiese vacanti, la quale stabilì l’incameramento de’ frutti delle Chiese
vacanti; e nel giorno diciassette di Ottobre dell’anno ottantuno eresse Sua Maestà
il Monte Frumentario del Regno, per lo quale furono messe in comunione tutte le
chiese del Regno in ordine agli Spogli de’ Prelati defunti, che da frutti dei fondi
de’ Benefici vacanti erano per .raccogliersi. E perché Sua Maestà, comandato avea
con dispaccio del tre di Ottobre dello stesso anno ottantuno , che .anche gli Spogli
raccolti prima che si manifestasse l’opera che egli meditava per lo pubblico bene del Regno, la quale fu per
l’appunto il Monte Frumentario, a quest’opera si fossero aggregati, sol che non
ancor avessero avuto destino; di qua si mosse che il luogo, che in quello
giudizio, erasi occupato dal Capitolo di Troia a nome di quella Chiesa fino
all’ Ottobre dell’anno ottantuno, d’allora in poi si i occupò dal Monte
Frumentario ormai rivestito de’ diritti, di tutte le Chiese del Regno in ordine
agli Spogli , ed a’ frutti delle Chiese vacanti: giacché allo spoglio del
defunto D. Marco di Simone non ancora si era dato destino.
In effetti
lo Spoglio è costituito da elemosine non fatte e qui si discute: Se sia più conducevole che lo Spoglio di Monsignor
de Simone si dia ai poveri della Diocesi di Troia per le mani del Vescovo
Onorati ovvero che si distribuisca fra i poveri del Regno per le mani del Re
Signor Nostro.
Da una relazione dell'Avv. Raffaele Tramaglia. Per chi volesse approfondire, cliccando qui, ne ha il testo completo, da cui si desumono le consistenze parziali della Mensa Vescovile in quel secolo, un patrimonio immenso, dissoltosi senza che si conoscano le successive avventure.
domenica 13 novembre 2016
Con Giacomo Leopardi e la sua Crestomazia italiana, andiamo alla scoperta di prosatori italiani e alla ricerca della “bellezza del dire non scompagnata dalla importanza dei pensieri e delle cose”
Di Pier Francesco Giambullari (Firenze, 1495 – Firenze,
agosto 1555) il brano che da l’incipit all’antologia.
giovedì 10 novembre 2016
Clinton e Trump: due modelli concorrenti al mantenimento dell’ordine borghese.
Per la prima,
concependo l’individuo come soggetto fondante della società, lo fa sentire
responsabile e gratificato. All’atto
pratico, con l’azione politica che ne consegue, il singolo si vedrà parte non
già dell’umanità, bensì della massa, mondo stranissimo e quanto mai immaginario
in cui coesistono la più variopinta e caotica anarchia e il sobrio, uniforme e
piatto ordine interno della democrazia borghese.
Per il
secondo, vitale è il fatto che il singolo abbia delle pretese, con l’azione
politica che ne consegue, le eleva a rango di fatto lecito e adottando strumenti
di raffinata corruzione, le legittima dinanzi al foro della sua costituzionale
legalità, rendendole innocue. La visione borghese del mondo è salva.
L’America ha
scelto (?) chi ha propinato quest’ultimo modello. In effetti illudendosi di
scegliere.
mercoledì 9 novembre 2016
Benvenuto Donald Trump.
Quando
le ragioni del mondo diventano più importanti delle ragioni dell’uomo, prima o
poi, sono le ragioni dell’uomo ad averla vinta.
martedì 8 novembre 2016
RELATIONE del Terribile, e Spauentoso TERREMOTO successo nella città della MATRICE. Con patimento ancora di Accumulo, e Luoghi circonvicini - Venerdì a di sette del corrente Mese di Ottobre 1639 - Con ogni diligenza, e certezza descritta da Carlo Tiberij Romano, per memoria d'un Caso così i miserando, e lacrimevole.
R E LA T I O N E.
Si moverà a lacrimare, ed a temere in un istesso tempo ciascheduno, che leggerà la presente Relazione; posciaché pare, che IDDIO, adirato degnamente contro i peccatori poco o nulla curanti le sue divine Institutioni , dopo hauergli in vari modi ammoniti a rivedersi de gli enormi peccati, co i quali continuamente l'offendono, inaspettatamente gli punisca con tremendo, e rigoroso castigo : onde si renda , vano il loro pentimento, il riconoscere i loro errori, ed il chieder misericordia, non essendo più à tempo. I giudizi di DIO sono occulti, e impenetrabili. Condanna i meritevoli, e non senza cagione si muove à vendicarsi del cattivo contraccambio, quale gli si rende per i benefici, che giornalmente si ricevono. Sono retti, e governati gli Elementi dal loro Creatore, e non senza causa hanno potestà di nuocere con le revolutioni. Omnia inferiora à ſuperioribus reguntur. Le cose naturali han connessione con le oltranaturali, ma sono sottoposte al reggimento del supremo Autore, quale inopinatamente sa farsi conoscere per benefattore dell’Universo con terrore à quelle Anime, che servono il culto Divino tanto, quanto semplicemente rappresenti l'esser Christiano, quanto alla Fede, non à i costumi. IDDIO non vuole, che si sprezzino e vilipendano i suoi decreti. E’ giusto Giudice, che non lascia alcuno impunito. L'esterminio della Puglia affligge anco i più lontani con il pensiero. L’Incendio del Vesuvio intimorisce a considerarlo. La memoria della Calabria (oltre l'essere indelebile) non è già tanto inveterata, che ad ogni rimembranza non atterrisca, e non spaventi. IDDIO si mostra contro di noi gravemente adirato che troppo gran fondamento facciamo sopra le mondane delizie, e perciò ci scopre la sua Potenza, e ci mostra la fidanza, quale dobbiamo avere nelle terrene apparenze, che son lampi, son momenti, e son simili a fuochi artificiosi, quali in un subito svaniscono, e si annichilano. Degna in vero di lagrime e di pianti è la Relatione, ch'io vi porto, impercioché mi accerto di muovere à devozione più d'un cuore impietrito nella riverenza Divina, e di riscaldare più d'un’anima raffreddata nella frequenza delle devote Orationi e Officij, quali assiduamente fi esercitano da tante Religiose Persone, per salvamento universale.
Venerdì à di sette del corrente Mese di Ottobre 1639, mentre fuori dal pensiero d'ogni sinistro avvenimento ciascuno nella Città della Matrice, e ne luoghi contigui stava riposando, fu sentito alle sette hore di notte in circa un improvviso scuotere di Case, quale apportò non poco timore; ma oltre, che svegliò ciascheduno, lasciò tal paura, che non sapevano appigliarsi ad alcuna risoluzione. Si fermò e quietò il Terremoto per spazio d'un quarto d'hora; onde restarono sorpresi da stupore e spavento. Ritornò poi di nuovo con maggior scossa il Terremoto, sì che fece risolver molti à salvarsi la vita, come presaghi di futura ruina, essendo i segni chiari, e manifesti.
Vi cadde l'intervallo di un altro quarto di hora alla spaventosa ruina. Non vollero alcuni credere, non parendogli potere avvenire; onde rimasero e coperti e estinti sotto i precipizi. I pianti, le strida, e i compassionevoli gridi, che aiuto chiedevano, accompagnati dall'orrore, e dalle tenebre notturne accrescevano lo spavento. La polvere delli ruinati, e subissati edifici formava nubi nell’aria; onde offuscava la sua tranquillità. Alcuni fuggirono in Campagna e altri fi ricoverarono nella Chiesa di S. Domenico, ove vi è l'esercizio del Santissimo Rosario, quali furono tutti salvi, invocando ciascuno la Beatissima Vergine per mezzana ad impetrar grazia appresso Sua Divina Maestà, acciò fossero liberi dal reſtare afforti nelle voragini, che cagionava il Terremoto.
Del Palazzo dell’Eccellentissimo Sig. Alessandro Orsini Principe della Matrice ruinarono doi parti senza offesa di alcuno, trovandosi in tal tempo Sua Eccellenza con la Eccellentissima Signora Principessa sua Consorte con tutta la loro famiglia, e servitù in una Villa detta Santa lusta per loro diporto, poco distante dalla Matrice, quale non patì in parte alcuna; per lo che si considera, come Sua Divina Maestà abbia voluto preservarli da simil pericolo.
Il palaazzo del Reggimento è tutto rovinato come ancora la maggior parte delle Chiese, Edifici e Case, con perdita di una quantità di persone, il numero delle quali s'intenderà con più certo avviso, poiché molta gente restò sepolta. tra le rovine, e con le pietose strida, ei flebili la menti, domandando soccorso, movevano à gran pianti, non potendo i Padri aiutare i Figli, i Figli i Padri, i Fratelli le Sorelle e i Mariti le Mogli, né un amico soccorrere all'altro.
Durò il Terremoto fino alle nove hore, e poi cessò affatto; ma non però si assicurarono di entrare nelle mezze disfatte Case e abitazioni: anzi furono alzate tende in campagna, dove con ogni ordine fi fecero Processioni con portare Immagini della Santissima Vergine, e altri Santi, battendosi ciascuno con ogni asprezza e fino i Fanciulli esclamando misericordia si percuotevano co i sassi. Le Donne fi graffiavano il volto, si stracciavano i panni, e capelli. La confusione era grandissima spaventandosi l'un l'altro con le voci, e le esclamazioni; furono però raffrenate per la venuta del giorno; quale portò non poco conforto à quei miseri, ed infelici. Si moltiplicarono i devoti Esercizi, dicendosi e celebrandosi Messe in campagna, facendosi orazione, e esponendosi preghiere a Sua Divina Maestà, parendo appunto esser giunto il fine del Mondo, e il giorno del Giudizio.
Il Signor Principe con ogni servenza personalmente si affaticava per sovvenimento de i poveri, incitando a devozione ciascuno, e ordinando provvedimento à tutti i bisognosi; opera al certo degna di un suo eguale.
La Chiesa del Crocifisso con il Campanile, dove era un Monastero di Religiose rouinò senza offesa delle Monache. |
Furono scavati da 35 cadaueri in campagna, e altri morirono chiusi dalle rovine, nulla giovan dogli, il dolersi , il rammaricarsi, e il chiedere aiuto non potendogli somministrare, essendovi tramezzata l'acqua di colore piuttosto negro, che di altro colore, e con qualche puzza, e fetore; onde vieta l'avvicinarvisi.
Campo Tosto è ruinato parte. San Martino tutto. Collalto è mal termine. Pinaca parte. Filetra, e Nescaia tutte. L'Abadia di S. Lorenzo sotto il Vescovato di Ascoli quasi tutta. Padarga parte. In Cantone Villa è restata una semplice casa. Corua è distrutta. Forcella tutta. Capricchio bona parte. La Leia poco.
Si perseverava nella penitenza, e nessuno si curava di accostarsi per buon spazio alla propria habitatione, ancorché si persuadessero non dover esser più travagliati dal terremoto, quando il seguente venerdì, che fu a di 14 del detto mese d'Ottobre alla medesima hora con maggior violenza si scosse la terra, con la ruina nella Matrice di altre case , e dell'infrascritti Villaggi, cioè: Saletta poco. Corsenito quasi tutto. Casale tutto. La Rocca distrutta. Torreto nemmeno il segno. A Colle Baffo è restata una casa sola. Pasciano bona parte. Santo Iorio tutto fracassato. Colle Moresco tutto.
Si distese il Terremoto anco in Accumulo luogo confinante alla Matrice, dove, oltre l'averne ne medesimo tempo distrutte molte persone non sapendosene fin hora certo numero, ma solo la caduta di casa con morte di undici persone, rovinò la Chiesa de Padri Francescani con la sprofondatione di tutta la loro Vigna, salvi però detti Padri, con incredibile, e comune spavento.
La Rocca de Salli è à fatto ruinata. Poggio Cancello appresso a Monte Reale danneggiato dalla parte del Palazzo del Sig. Lodouico Cerasi padrone di detto luogo, salva però Sua Signoria; e la sua famiglia, e in Monte Reale è rouinato il Palazzo del Signor Gio. Paolo Ricci.
La morte del bestiame di qualsivoglia sorte è stata grandissima; onde pareva, che si fosse aperto l'Inferno a danni del genere umano, non restando ancora di essere impauriti, continuando il terremoto, se bene non così violento. Si aumentano giornalmente le devozioni, stando ciascheduno con terrore, raccomandandosi a Dio.
Per quel poco, che si è potuto calcolare, il danno della Matrice, e suoi contorni avanza la somma di quattrocento mila scudi. Piaccia però al Signor IDDIO di placarsi contro i peccatori, come si spera, invocato da ognuno in suo aiuto con grandissima contrizione, e vera confessione delle offese fattegli, con quel detto del Salmo: Cor contritum, humiliatum, Deus non despicies. Pertanto miglior Relazione non vi ho potuto apportare ; ma sopraggiungendo altra più certa nova, ne farò consapevole ciascheduno, essendo veramente caso lagrimoso e degno di eterna memoria.
… un Meridione privo di meridionalisti.
Il Meridione luogo dello sviluppo e dell’insufficienza,
luogo dell’assenza dello Stato e del trionfo dell’Amministrazione. Con le
Regioni abbiamo allontanato la funzione modello che solo la sovranità dello
Stato può dare, connotando la modernità dell’agire politico. Preme la necessità
di una espansione delle funzioni dello Stato nel Mezzogiorno come vantaggio
generale per l’intera nazione, evitando la rapida dispersione di risorse,
talvolta ingenti, nei meandri delle Amministrazioni regionali. Una chiarezza
che cessi di essere autocoscienza intellettuale di pochi per divenire senso
comune, diffuso, di massa. Si ha bisogno che le diversità territoriali si
armonizzino in un sentimento nazionale che, sempre più, si va frantumando in
una varietà che diventa opposizione, scissione.
… ieri, quella Costituzione voleva sancire un patto d’amicizia fra gli italiani fin lì divisi da patti ineguali. E' evidente il fallimento.
… con le Regioni si è scelto, di fatto, di governare i patti ineguali.
… il vento fischia ancora sul pantano.
"L'ombra degli alberi dentro il nebbioso fiume
come fumo si scioglie,
e intanto si lamentano le tortore lassù
tra le reali foglie.
Quanto, o viaggiatore, questo paesaggio pallido,
pallido t'ha specchiato;
come tristi piangevano in cima agli alti alberi
le speranze annegate!"
(Paul Verlaine)
… ieri, quella Costituzione voleva sancire un patto d’amicizia fra gli italiani fin lì divisi da patti ineguali. E' evidente il fallimento.
… con le Regioni si è scelto, di fatto, di governare i patti ineguali.
… il vento fischia ancora sul pantano.
"L'ombra degli alberi dentro il nebbioso fiume
come fumo si scioglie,
e intanto si lamentano le tortore lassù
tra le reali foglie.
Quanto, o viaggiatore, questo paesaggio pallido,
pallido t'ha specchiato;
come tristi piangevano in cima agli alti alberi
le speranze annegate!"
(Paul Verlaine)
venerdì 4 novembre 2016
L'avventura sipontina di Wolfgang Lettl.
Wolfgang Lettl nato ad Augsburg , in Germania il 18 dicembre
1919 ed ivi morto il 10 febbraio 2008, è stato uno dei grandi pittori della seconda
generazione surrealista. Nel 1972, rispose ad una piccola inserzione sulla
Süddeutsche Zeitung in cui veniva messo in vendita un terreno edificabile nei
dintorni di Manfredonia in località Conte di Troia, non s'immaginava di certo
che il periodo che avrebbe trascorso lì con sua moglie Francesca dal 1973 al 2005,
sarebbe diventato per lui uno dei più felici della sua vita. Qui sono nati
negli anni 1975-1995 non soltanto i dipinti impressionistici, ma, a partire dal
1986 anche molti dei suoi dipinti surrealistici.
Così descrive l’inizio della sua avventura sipontina: "Comprammo
un terreno a Siponto, nel golfo di Manfredonia, direttamente sul mare, perché
secondo il mio vecchio atlante geografico lì piove meno che altrove, e vi
costruimmo una casa. C'era un sacco di lavoro da fare in giardino, in quanto,
in un primo momento, c'erano solamente cardi e altre cose spinose. Nella casa
le pareti erano ancora vuote. Allora presi il mio cavalletto portatile e mi
misi fuori, a dipingere il paesaggio: case, alberi, monti, nuvole, navi e il
mare. Farlo diverte e fa stancare veramente."
Abbiatevi due sue opere: la prima intitolata “Conte di Troia” (1990) ritrae la villetta sipontina; la seconda intitolata “Orsù, avanti con lo Stato” (1981) ritrae Il Dr. Giacomino Vascello, all'epoca Capo del Personale della USL di Foggia. All'insaputa dell’amico italiano, sceglie la sua immagine per un quadro simbolico che intitola "Orsù, avanti con lo Stato". Per una inspiegabile mossa del destino il quadro del pittore Lettl, in cui è effigiato il foggiano Vascello, viene scelto per la campagna di unificazione delle due Germanie. Da quel momento tutti i muri della Germania vengono tappezzati dal quadro e, in sovrappiù, centinaia di migliaia di cartoline, che riproducono il quadro, girano per le mani di milioni di tedeschi.
Abbiatevi due sue opere: la prima intitolata “Conte di Troia” (1990) ritrae la villetta sipontina; la seconda intitolata “Orsù, avanti con lo Stato” (1981) ritrae Il Dr. Giacomino Vascello, all'epoca Capo del Personale della USL di Foggia. All'insaputa dell’amico italiano, sceglie la sua immagine per un quadro simbolico che intitola "Orsù, avanti con lo Stato". Per una inspiegabile mossa del destino il quadro del pittore Lettl, in cui è effigiato il foggiano Vascello, viene scelto per la campagna di unificazione delle due Germanie. Da quel momento tutti i muri della Germania vengono tappezzati dal quadro e, in sovrappiù, centinaia di migliaia di cartoline, che riproducono il quadro, girano per le mani di milioni di tedeschi.
mercoledì 2 novembre 2016
La Casa di Salomone.
Nella “Nuova Atlantide”, testo incompiuto di Francesco
Bacone, pubblicato postumo nel 1627, troviamo la descrizione della Casa di
Salomone, in essa vi lavorano scienziati provenienti da paesi diversi. Lo scopo
di questo luogo è quello d’indagare le cause dei fenomeni ‘per allargare i confini
del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obiettivo’. Bacone si
dimostra profetico, in quella casa descrive alcune innovazioni scientifiche simili
a quelle che viviamo oggi: come gli Ogm e le ‘case per gli inganni dei sensi’. Quello
che sorprende è il fatto che gli scienziati abbiano l’abitudine di incontrarsi
periodicamente per decidere quali scoperte siano diffondibili al pubblico e
quali no. Essi incarnano l’ideale di moralità sociale, conoscono il possibile
pericolo insito nelle loro scoperte e ne selezionano la divulgazione.
Qui la profezia tace, nessuna “Casa di Salomone” farà per noi discernimento, tranne il mercato e le sue imprese. I Leaders Tecnologici (tali vengono definiti i capitalisti che detengono le innovazioni) hanno rastrellato i loro brevetti e sono essi ad ammannirceli, con l’unico discernimento del titolo di borsa. Adamo è decaduto: da padrone del mondo a predatore.
Nel brano proposto, si possa ritrovare la rinascita di
una speranza: Bacone La Nuova AtlandideQui la profezia tace, nessuna “Casa di Salomone” farà per noi discernimento, tranne il mercato e le sue imprese. I Leaders Tecnologici (tali vengono definiti i capitalisti che detengono le innovazioni) hanno rastrellato i loro brevetti e sono essi ad ammannirceli, con l’unico discernimento del titolo di borsa. Adamo è decaduto: da padrone del mondo a predatore.
martedì 1 novembre 2016
Simulare e dissimulare si può, rimanendo servi e buffoni. Il "Momo" di Leon Battista Alberti.
… è qui sulla terra che Momo, il dio del biasimo, apprende l'arte
della simulazione e dissimulazione che gli consentirà di recuperare il rapporto
con Giove e rientrare dall’esilio cui era stato destinato per le sue
denigrazioni. Nuovamente accolto in Olimpo grazie a un ‘servigio’ reso agli dei,
istituendo tra i mortali la pratica dei voti e delle offerte, Momo diventa il buffone
di Giove e il suo favorito, fino a quando, montatosi la testa, compie
un’ulteriore trasformazione assumendo l’abito del consigliere coscienzioso e
leale. Gli altri dei mal sopportano queste mutazioni e decidono di toglierlo di
mezzo definitivamente, mediante castrazione e segregazione su uno scoglio in
mezzo al mare.
Questo scritto di Leon Battista Alberti ha una innegabile
valenza politica, Momo è colui che, mosso da risentimenti personali, si affanna
a cercare il favore, riuscendovi solo per poco tempo, dal momento che, non essendo un buon simulatore e dissimulatore, cede alla smania di affermazione.
Ne consiglio la lettura, tenendo presente quel che nel
proemio ci dice l’Alberti: “… mi sono
dato da fare perché i lettori si divertissero, e d'altra parte si accorgessero
di essere guidati all'approfondimento di concetti utili e per nulla spregevoli.
Quanto sia riuscito nello scopo, lo giudicherai tu a lettura ultimata: e se avrai
l'impressione che la mia comica piacevolezza sia riuscita, quasi un condimento,
a rendere più leggero e gradevole un argomento della massima gravità, leggerai,
se non mi sbaglio, con maggior diletto."
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