sabato 17 giugno 2017

Carmeia: chi era costei?


È il Liber Coloniarum a svelarcela. Negli ultimi decenni del III secolo a.C., sita tra Arpi ed Aecae, sorgeva una città apula Carmeia, soggetta anch’essa a mutilazioni territoriali post-belliche. Vaste quote del territorio delle città alleatesi con Annibale furono infatti confiscate, inserendo porzioni di ager publicus populi Romani. Uno scavo effettuato da Jones, che rivela un incrocio stradale, conferma la datazione, e un cardo del decumano, susseguente al passaggio della Traiana, ne attesta la sopravvivenza in età imperiale inoltrata. Carmeia è ormai concordemente identificata con San Lorenzo in Carmignano. In età tardo antica Carmeia fu sede episcopale, cui appartiene Probus episcopus ecclesiae Carmeianensis del 502. Il suo territorio fu inglobato in un vasto latifondo imperiale, come documenta la citazione che ricorda il procurator rei privatae per Apulia et Calabria sive saltus Carminianensis.
Con Aecae, anche Carmeia subì la spedizione di Costante II e la successiva dominazione longobarda, per poi risorgere con Troia nell’XI secolo, alla cui diocesi fu inglobata da Papa Alessandro II (1061- 1073), legata all’arcipretura di Sn Basilio con il nome di Casale di San Lorenzo in Carmignano. Nel maggio 1092, il Duca Ruggiero lo trasferisce alla mensa vescovile in perpetuo e nel 1102 ne amplia il territorio estendendolo come vanno i confini da Troiani con Sipontini insino al Colonnello. Nel gennaio del 115, morto Ruggiero, il figlio Guglielmo conferma la donazione. Nel 1160 Roberto il Guiscardo provvide ad erigere una chiesa che fregiò del titolo di San Lorenzo, arricchita da una reliquia del martire, posta in un pregevole ostensorio d’argento recante la scritta S. Laurentius in Carm.  Rob Dux  A. D. MLX, tale reliquia verrà smarrita col successivo trasferimento a Foggia, ritrovata si conserva nel tesoro della cattedrale di Foggia

Anche Federico II volle in San Lorenzo in Carminiano porvi una Domos valde pulcras, citata dallo scrittore Saba Malaspina. Questa Domos ebbe l’onore di ospitare, oltre la corte dell’imperatore, Giovanni di Brienne, re di gerusalemme, suocero di Federico e da qui, preso da sdegno per il tradimento dei foggiani istigati dal Papa, compose la famosa invettiva:

Fogia, cur me fugis, cum te fecit mea manus?
Ut video tibi est rector de capite vanus.
Non bene noscebam tuos, mala vipera mores,
A longe credenbam te mihi pendere fores,
Per facta maiorum capiuntura facta minorum;
Aspium Barlettam, quae manet vertice tristi.
Doleo si cogor te loedere factio nostra,
Sed si vis loedi, culpa erit el laesio tua.
Nox funditur terris; quid sit actura videbis,
Ut hodie si cras incoepta lege manebis;
Pur caput hoc juro semper sine fine dolebis.

La magnifica villa fu in parte distrutta dalle truppe pontificie di Papa Alessandro IV in lotta con Manfredi nel 1255.
Del casale, i vescovi di Troia hanno portato il titolo baronale.



Di tanta gloria, ora rimane una chiesetta in avanzato stato di degrado, cui i foggiani erano molto affezionati, “a fest de Sant Lavrinz”, sino alla prima metà del secolo scorso, era solennizzata dai bettolai i quali su i train carichi di gente, vi si recavano tra canti, strilli e … barili di vino. Anche questa tradizione è scomparsa.




giovedì 15 giugno 2017

Troia e il troiano Evardo nella “Gerusalemme conquistata” del Tasso.

Papa Urbano II, illustrazione del XII secolo, autore anonimo

L’anno 1093 Papa Urbano II tenne un concilio a Troia per emendare gli scandalosi costumi dei chierici, cui intervennero settantacinque vescovi e dodici abati.
Fu questo Papa che indisse la prima crociata, alla quale prese parte lo zio Tancredi e il principe Boemondo, ch’ebbe la signoria di Antiochia, una delle prime conquiste dei crociati. Dovendo scegliere i suoi combattenti Boemondo si portò nella Puglia e vi radunò dodicimila soldati, tra i quali molti troiani. Di ciò fa fede il Tasso, che, nell’ottava 64 del canto primo della Gerusalemme conquistata così si esprime:

Ed altri abbandonò Melfi e Nocera,
e 'l culto pian dove si sparge e miete,
di Troia, di Siponto, e di Matera,
e di Foggia ch'accende estiva sete,
e di quell'altro mar l'altra riviera,
che raccoglie da Borea il curvo abete;
e Bari ove a' suoi regi albergo scelse
fortuna, e diè corone e 'nsegne eccelse.

Quello poi, che tra i troiani ebbe maggior fortuna, fu un tale Evardo, che per opera dello stesso Tasso fu fatto passare alla memoria dei posteri:

Giá lassi erano entrambi, e giunti forse
sarian, pugnando, ad immaturo fine;
ma sí oscura la notte intanto sorse,
che nascondea le cose ancor vicine:
quinci un araldo e quindi un altro accorse
per dipartirgli, e gli partîro alfine.
L'uno Evardo il troian, Pindoro è l'altro,
che portò la disfida, uom saggio e scaltro.


(T. Tasso, op. cit. canto VII ottava 71)

domenica 11 giugno 2017

La chiesa di San Basilio in Troia: architettura, storia e un pergamo mancante.


Architettura.
La bella chiesa di San Basilio ha un impianto basilicale a tre navate. Il corpo longitudinale è scandito da arcate a tutto sesto su colonne con elementi di spoglio. La crociera è coperta da una cupola, frutto di rimaneggiamento posteriore. Il braccio sinistro del transetto è occupato da un ambiente quadrato voltato a crociera e adibito a sagrestia. Venticinque rocchi antichi di varia qualità e tipologia sono riutilizzati in tutte le colonne della chiesa. Le basi sono differenti nella forma e nelle dimensioni, alcune sono antiche.


Un’ara cilindrica, proveniente da Aecae, è riutilizzata come ultimo rocchio sulla quarta colonna di sinistra, di probabile destinazione funeraria, è del tipo cilindrico con festoni e bucrani.


Un capitello, di tipo corinzio di età severiana, mancante di volute è importante per la tipologia che presenta la prima corona costituita da foglie acantine dalle caratteristiche digitazioni spinose che, toccandosi, configurano zone d'ombra conformate come una maglia di figure geometriche contigue. Le foglie della seconda corona sono articolate a partire dalle fogliette superiori dei lobi mediani, queste si chiudono sulle digitazioni del lobo centrale e determinano, al di sopra della sagoma di sfondo, uno spazio rettangolare-trapezoidale. (Pensabene 1973)



La semi colonna a destra dell'ingresso principale presenta il capitello, visibile per i due terzi della superficie, costituito da un calato di sedici foglie d'acqua appuntite, molto allungate con margini e costolatura rilevati, sulle quali si staglia una corona più esterna di otto foglie acantine; l'abaco è articolato in un cavetto sormontato da un breve ovolo. L'esemplare appartiene alla classe dei capitelli a calice o di tipo pergameno, che ha avuto ampia diffusione in ambito microasiatico e greco e che compare in Italia piuttosto tardi, alla fine del I secolo d.C. (Börker 1965, 152; Pensabene 1986; Liljenstolpe 1997-1998). Di recente Luigi Sperti ha assimilato il capitello di San Basilio ai noti esemplari reimpiegati in San Marco a Venezia. Risulta analogo per tipologia al capitello di San Basilio un esemplare conservato presso il Museo civico di Troia.

Un  architrave di età severiana, riutilizzato come architrave nella porta laterale sinistra, si compone di tre fasce lisce separate - dal basso verso l'alto - da un astragalo costituito da perline cilindriche-ovoidali intervallate da fusarole biconvesse e da un kyma a di foglie acantine (per la peculiarità del kyma ionico di coronamento della prima fascia, poco consueto in occidente, cfr. Pensabene 1996-1997, 64).


1516: data di realizzazione del fonte battesimale.

Le porte laterali, secondo uno studio del Prof. Tavolaro hanno un allineamento solstiziale.

Storia

La prima menzione della chiesa in una pergamena di Montecassino, risale al 1087. In transunto, il documento, del giugno 1087, riferisce che Erbio di Lohec nato in Britannia, venuto in Troia a sposarsi la figlia di Londolfo di Gizzo diacono, fece una ricca donazione alla chiesa di S. Angelo nelle mani del preposto Malfrido, presenti, tra gli altri, il giudice  ducale Giovanni di Francone e Pietro diacono arciprete di San Basilio. Lo stesso Pietro, arciprete di San Basilio, lo si trova ancora presente  ad un’altra donazione del maggio 1092, questa volta del Duca Ruggiero al vescovo Girardo, per esprimere consenso alla rinuncia dei diritti precedentemente concessi all’arcipretura di San Basilio sul casale di San Lorenzo in Carminiano, l’antica Carmenia, che ora passavano alla mensa vescovile.



Nel 1169 la chiesa si arricchisce del bellissimo pergamo, dono di Guglielmo il Buono.  L'ambone che ora si trova nella Cattedrale di Troia, si compone di una cassa rettangolare sostenuta da quattro colonnine e rinforzata da pilastrini angolari e cornici finemente intagliate. Sul pannello principale è scolpita l’aquila reggi-leggio sorretta da una colonna, mentre nel rilievo rivolto verso l’ingresso è raffigurato un leone nell'atto di azzannare un agnello. Nel bordo inferiore si legge la seguente iscrizione:
"ANNO DOMINICAE INCARNATIONE MCLXIX REGNO VERI DOMINI NOSTRI WILLELMI DEI GRATIA SICILIAE ET ITALIAE REGIS MAGNIFICI OLIM REGIS WILLELMI FILII ANNO QUARTO MENSE MAI II INDICTIONE FACTVM EST HOC OPVS".
L’apposizione di “ITALIAE REGIS” esprime più un desiderio e un augurio per la dinastia normanna, in quanto il titolo ereditato lo faceva Re di Sicilia, Duca di Puglia e Principe di Capua.
Di questo pergamo non sappiamo, con assoluta certezza, in che tempo sia stato rimosso dalla sua prima sede per essere collocato in cattedrale e, anzi, la Pina Belli D’Elia (2003) rifiuta la tradizione secondo cui l’originaria collocazione dell’ambone dovette essere la chiesa di San Basilio, considerandolo, al contrario, pienamente in linea con l’assetto e con la decorazione della Cattedrale.


Una foto del 1910, riprende un ambone in San Basilio, esso, però, appare mancante dell’aquila reggi-leggio e si presenta con colonne più tozze. Sarebbe auspicabile venirne a capo.

Bibliografia 

Belli D'Elia 1986: Pina Belli D'Elia, La Puglia, Milano 1986, 460-461.

Belli D'Elia 1987: Pina Belli D'Elia, Alle sorgenti del romanico. Puglia XI secolo, Bari 1987, 21-26. 

Bertaux 1904: Émile Bertaux, L’art dans l’Italie Méridionale, tome premier: De la fine de l’Empire Romain à la Conquête de Charles d’Anjou, Paris 1904, 356.

Castrianni 2008: Laura Castrianni, "Aecae-Troia:nota topografica preliminare", in G. Ceraudo, Sulle tracce della via Traiana. Indagini aerotopografiche da Aecae a Herdonia, Foggia 2008, 87-88.

Rotili 1966: Mario Rotili, La diocesi di Benevento, Spoleto 1966, 76-81.


Vergara 1981: Pasquale Vergara, "Elementi di spoglio nella Chiesa di San Basilio a Troia", Prospettiva, 1981, 26, 57-60.

domenica 4 giugno 2017

San Giovanni al Mercato: storia di una chiesa e di un altare

La Chiesa di San Giovanni al Mercato fu edificata da Guglielmo II Vescovo di Troia nel 1127. Essa con Bolla di Leone X nell'8 giugno 1515 fu aggregata al Capitolo Cattedrale con una rendita di 50 ducati d'oro. Tale annessione fu opera del Vescovo Pandolfini. Attraverso i tempi e per incuria la chiesa andò in disfacimento ed essa fu riedificata nel 1770 dal Vescovo Desimone. In Seguito Monsignor Fra Tommaso Passero nel 1860 la riattò unendola alla parrocchia Cattedrale, ma egli non ebbe il tempo di rivederla riaperta al pubblico. Nel 1902, trasformata in chiesa della Madonna di Pompei essa fu riaperta al culto, mediante l'opera del Canonico Domenico Maielli. Qualche anno più tardi la chiesa fu adornata del bellissimo altare, frutto del restauro operato dall'Architetto Leonardo Paterna Baldizzi sui resti di due simili, i cui frammenti per identità di proporzioni, di fattura e di origine, per alcune iscrizioni, si possono attribuire ad altari di proprietà della famiglia De Pazzis che si trovavano nella Cattedrale dalla quale furono rimossi dall'Architetto Travaglini, con ingiustificata mania di trasformazione (1858-60).
Uno di essi (1522) era dedicato alla Madonna della Neve, il fregio così riportava:
“A te Dio uno e trino creatore di tutte le cose. A te gloriosissima Vergine della Neve. Basileo de Pazzi liberamente dedica. Per debito dei suoi parenti e di sé questo qualunque esso sia Altare devotamente eresse”.
Da un manoscritto posseduto da Alfonso Tredanari e consultato dal Paterna, si evince che il Basilio De Pazzis, citato nel fregio, fu ucciso a colpi di scure da un Bartolomeo Gioioso e da Fratangelo Bassano (monaco francescano) il giorno 9 novembre 1541, mentre ascoltava la messa dentro la cattedrale ai piedi dell’altare da lui fatto costruire.
L’altro è quello citato dallo scrittore Vincenzo Aceto che elencando gli altari della nostra Cattedrale, ridisposti in maniera più razionale dal Vescovo Antonio De Sangro (1675), si esprime come segue:
“… nel Presbiterio l’altare della Natività della B. V. Jus Patronato delli Sassoni”
Questo altare fu proprio uno di quelli fatto costruire nel 1532 da uno de’ Pazzi (Ectorides) a ricordo della vittoria di Carlo V contro le truppe turche di Vienna (1529). È da tenere presente che i Pazzi di Troia e quelli di Firenze, i Sassone, i Diario e i Della Rovere rappresentano nella Storia tutto un insieme di parentati e di affinità.
I frammenti furono ceduti al Municipio dal Capitolo, per commemorare il centenario della Disfida, con la ricostruzione di essi in una chiesa di Troia.
Per questa ricostruzione il Consiglio comunale di allora aveva stanziato una somma nel suo bilancio, ma essendosi cambiata amministrazione, non si parlò per qualche tempo di ricostruzione, sino a quando il Sindaco Jamele e l’Assessore Tredanari, non si mossero a far premura presso il Ministero, con il desiderio che fosse mandata persona tecnica per il lavoro di restauro.
Il Ministero della Pubblica Istruzione aderì, e il 10 maggio 1907 l’Architetto Leonardo Paterna Baldizzi, raggiunge Troia e pone mano all’opera di restauro, regalando alla città il bell'altare che in San Giovanni ammiriamo.

venerdì 12 maggio 2017

Troia: Visitiamo quel che resta degli antichi fasti di Palazzo D'Avalos, ora sede comunale..



Palazzo D'Avalos, sec. XVI, ultimo quarto.





Portale - Cornice a frontale architettonico con alti plinti su cui si impostano colonnine scanalate sulla parte superiore. Architrave aggettante modanato sormontato da n. 3 sculture araldiche.


Palazzo D'Avalos, Araldica civica



Palazzo D'Avalos, Araldica sul portale lato sinistro.



Troia - Palazzo D'Avalos, Araldica sul portale lato destro.




Palazzo D'Avalos, facciata, a destra del portale, mostra di finestra.





Palazzo D'Avalos, nicchie atrio, parete destra, parete sinistra.



Palazzo D'Avalos, mostra di finestra, cortile, parete destra, piano terra.



Palazzo D'Avalos, davanzale poggiante su mensole a volute, cortile, primo piano.


Palazzo D'Avalos, cornicione a fasce modanate e ad ovoli.


Palazzo D'Avalos, mensola decorata a motivi vegetali, cortile interno.



Palazzo D'Avalos, semicapitello dorico, cortile interno.



Palazzo D'Avalos, mostra di porta, incorniciatura modanata con motivi a rosette alla base degli stipiti, trabeazione aggettante con fregio a rosette - primo piano, ingresso.


Palazzo D'Avalos, soffitto, decorazione a motivi geometrici stellari con al centro elemento quadrilobato - primo piano, ufficio del sindaco e sala annessa.



Palazzo D'Avalos, dipinto, secc. XVII/ XVIII - sala dei Cesari.


Palazzo D'Avalos, dipinto raffigurnte Sant'Antonio da Padova, secc. XVII/ XVIII - stanza del Sindaco.


Palazzo D'Avalos, dipinto raffigurnte San Pietro d'Alcantara, sec. XVII - anticamera della stanza del Sindaco.



Palazzo D'Avalos, sala dei Cesari, soffitto con cornice parietale a più fasce decorate sormontata da lunette contenenti busti maschili.



Palazzo D'Avalos, mostra di porta con Incorniciatura modanata con specchiatura decorata alla base degli stipiti, trabeazione aggettante con fregio a bottoni - sala dei Cesari, parete destra.



Palazzo D'Avalos, mostra di porta con incorniciatura modanata con specchiatura a rosette alla base degli stipiti, trabeazione aggettante con fregio a rosette - idem per sala dei Cesari, stanza del Sindaco, stanza del vice-Sindaco, sala consiliare.




Palazzo D'Avalos, console con piedini a volute, montanti curvilinei, base d'appoggio mistilinea, fronte decorato a motivo vegetale centrale - sala dei Cesari.


Palazzo D'Avalos, presbiterio con lesene decorate a motivi vegetali ai lati e trabeazione curva - primo piano, ex cappella del palazzo.


Palazzo D'Avalos, colonnina scanalata nella parte superiore sormontata da capitello corinzio - primo piano, ex cappella del palazzo.


Palazzo D'Avalos, Annunciazione, sec. XVII, prima metà - primo piano, ex cappella del palazzo, parete del presbiterio.

Palazzo D'Avalos, frammento di elemento floreale - primo piano, ex cappella del palazzo, nicchia a destra.


Palazzo D'Avalos, Madonna con Bambino in gloria e angeli - primo piano, ex cappella del palazzo, controfacciata.

Palazzo D'Avalos, soffitto con decorazione a motivi geometrici e floreali - primo piano, ex cappella del palazzo.


Palazzo D'Avalos, arco a tutto sesto con ghiera e intradosso decorati a fasce a motivo continuo - primo piano, ex cappella del palazzo, ingresso alla nicchia a destra.








lunedì 8 maggio 2017

L’inglese On. Riccardo Keppel Craven, visita Troia nella primavera del 1841, impressioni e descrizioni dal suo diario di viaggio.

Entrai in Troia mezzora avanti il tramonto e trovai, come in tutte le città d’Italia, a quel periodo del giorno, la sua popolazione tutta fuori per le anguste e mal lastricate vie. La mia comparsa sembrò fare una sensazione di subitanea meraviglia mista a sgomento; e il piccolo drappello della milizia regolare, che quivi era a presidio, dié di piglio alle armi nel veder l’insolita assisa della mia scorta papale e ci ingiunse di far sosta finché io non avessi dato conto di quella inaspettata apparizione di soldatesca forestiera. Il che fu agevolmente fatto presentando il mio passaporto, la prima e l’ultima volta che mi venne richiesto durante tutto l'intero mio viaggio; ma non così facilmente fu per noi ottenere l’alloggio per una notte: perocché, sebbene ci fosse indicato un albergo, il padrone di questo sembrava come colto da panico, e sotto vari pretesti si rifiutò di accogliere alcuno della brigata, tranne i nostri cavalli che trovando aperto l’uscio della stalla, vi s’erano cacciati dentro avanti che ciò loro fosse impedito.
Io intanto mi avvicinai ad un ufficiale subalterno che, nell'assenza del comandante e del sindaco, i quali erano in campagna, invano si sforzò di piegar in alcuno degli abitanti che m’avessero ceduto una camera, benché il locandiere senza difficoltà veruna ricevette i miei ordini per la cena. Ho io una ragione di supporre che sia la mia assisa che quella dei concomitanti, messero negli abitanti il sospetto che la ospitalità sollecitata a quel modo non fosse sforzata per via di un biglietto di alloggio e perciò non avesse a mancare la relativa mercede, non ostante le asserzioni in contrario.
Io rimasi in istrada, accerchiato da una inesorabile popolazione, finché io fi cavato dal mio impaccio e dal loro sguardo un po’ provocante, mediante un umile fattorino di piazza, che con una certa affettazione di mistero mi menò per alcune viuzze a una casa posta all'entrata della città, dove poche parole furono sufficienti a procacciarmi tosto l’ammissione in quella e un grazioso ricevimento da parte del proprietario che aveva l’aria di un cortese affittaiolo. Quivi appunto vidi nella via due della fanteria, la cui statura e il marzial contegno, richiamarono la mia attenzione a tal segno che la guida credette prudenza di reprimerla, informandomi della loro qualità e professione. La dimora alla quale ero stato così condotto, offriva due camere, letti puliti per me e i servi e una buona stalla per i cavalli, che io feci venire, come anche il pasto da me già ordinato.
Il sindaco appena ritornato mi fece una visita con offerte di servitù e di alloggio che ora giungevano intempestive. Volli visitare il comandante che era persona ugualmente civile; e dopo una conversazione col piovano della prossima chiesa, il quale mi presentò di dolciumi e di rosolio, mi ritrassi a godere del riposo della notte, che le fatiche di tutto quel santo giorno mi rendevano oltremodo gradito.
La città di Troia contiene 6000 abitanti. La si crede posta sul sito dell’antica Ecana (Aecas), terra non molto considerevole nei tempi remoti e nemmanco più celebre negli odierni. E’ fama che la presente sia stata fondata dal Bubagan, uno dei greci catapano nell'undicesimo secolo: il suo moderno aspetto non arguisce una origine tanto remota; ma essa ha, non altrimenti che moltissime altre città di questa provincia, sofferto non pure per politiche ma anche per fisiche scosse. La Cattedrale non offre l’aspetto di grande antichità, conché il suo interno dicasi di ritenere del carattere dell’architettura greca dei bassi tempi. Essa possiede un seminario con una grossa rendita per il mantenimento del medesimo; il che è un vantaggio goduto da moltissime chiese metropolitane e di sommo beneficio all'educazione degli abitanti. I giovinetti allevati in si fatti istituti, indossano l’abito religioso e ricevono in ogni ramo di cultura la istruzione da chierici, senonché sono essi liberi in quanto alla scelta della professione, secondo la consuetudine osservata fin dalla fondazione di esso seminario.

La dimane lasciai Troia …

giovedì 4 maggio 2017

Via Traiana: dai fasti dell'antichità all'abbandono.

Strabone, nella Geografica (7 a.C.), dice che a coloro che dalla Grecia sbarcano a Brindisi, due strade consentono di raggiungere Roma: la prima è l’Appia, una via comoda per carri, che tenendosi a sinistra di Taranto attraversa le terre dei Lucani e dei Sanniti; l’altra, adatta per muli, passa per i Peucezi, Dauni e Sanniti, ricongiungendosi con la prima a Benevento. Quest’ultima era la via Minucia divenuta poi Traiana tra il 108 e il 110 dopo Cristo, proveniente da Benevento, si dipartiva da Aecae (Troia) per Canusium, Rubi, Butuntum, Gnatia e giungeva a Brindisi.

Sono passati oltre duemila anni, e a ricordare questa via restano solo frammenti di memoria. Le testimonianze, tra Cancarro e Buccalo, ancora evidenti nel lastricato, ricordavano come fosse bella, fatta da lastroni di pietra basaltica simili a grandi poligoni, sono state coperte da un manto di asfalto negli anni ’70 dello scorso secolo. Muovendosi vicino Monopoli, a volte la s’incontra …

mercoledì 3 maggio 2017

Fu la diversificazione colturale a fare grande Troia nel Medioevo.

Un interessante studio di Francesco Violante offre un quadro dell’organizzazione agraria
del nostro territorio, in una crescente diversificazione colturale e zootecnica, che rese la Diocesi di Troia ricca e potente nei primi secoli del millennio trascorso.
Il desolante paesaggio di oggi, offerto dalla monocoltura, marca il desolante sottosviluppo.
Clicca qui per il saggio.

domenica 30 aprile 2017

"Canto a Troia" di Consalvo Di Taranto (Deliceto, Gennaio 1874 – Deliceto, 4 ottobre 1944)

Io ti saluto, Troia nella Daunia,
città candida a pie' dell'Appennino,
che i monti azzurri or guardi e il piano verde,
lieta e beata.
Un dì, corrusca in volto, dalla sacra
polve d'Ecana al sol balzasti, e fiera
del catapano in man l'asta brandendo,
a guardia stesti,
vigile scolta contro a Benevento:
il primo lauro nel fragor d'armi
greche cozzanti e longobarde allora
lieta coglievi.
Città ducale te chiamò il Normanno,
quando le porte ti munì di torri,
e vinse al corso le veloci damne
delle tue selve.
Ma più gloriosa a miglior opra intenta,
quando i Troiani in comunion d'affetti
all'ombra santa e libera del tempio
bella adunasti.
Perché s'asconde nel silenzio muto
quell'età grande vivida di luce?
Tardo nepote, cantò al secol nostro
di Troia in Puglia
le antiche gesta, con commosso core
il suo comune celebrò e la chiesa
sacra all'Assunta nel baglior del sol
ancor ridente;
e dall'ingiusto oblio tolgo ed esalto
con franco ardire un vescovo guerriero,
che ad operante fede insiem congiunse
il patrio amore.
Verace è il bronzo che scolpì la fina
man d'Oderico memore alle porte:
"La patria amata liberar ei volle".
Il bando grida:
- L'ultimo duca è morto e non ha figli;
a parlamento in chiesa v'accogliete,
cari Troiani: a libertà vi chiama
il buon pastore
Guglelmo vostro - risplende più bello
dall'alto cielo il sole ed alla terra
piove una luce tremula di rose.
Quel lieto giorno
su le colonne nel fulgor del fuoco
tutta la volta bianca dell'Assunta
parve avvivarsi; a festa le campane
sonar gloriando.
Pronti all'appello nella chiesa santa,
che la pietà avea di Guglielmo eretta,
L'asta squassando o l'alabarda, a schiera
convenner tutti.
Sereno in volto il vescovo comparve,
l'ambone ascese, volse lo sguardo intorno
e benedisse: tacque ogni pispiglio.
- Troiani, udite.
Qui dove venne a noi da Roma il Papa
maravigliando, e l'armonia gioconda
lodò dell'opra e la sapiente cura
che ci fu guida;
qui 've bruciati i profumati incensi,
lieti accogliemmo i martiri beati,
per esser saldi nella fede a Cristo;
umili e grandi
qui, 've l'offese nostre perdonammo
e pace a' morti, ai vivi ognor preghiamo;
la libertà qui, innanzi a Dio, proclamo
di questa terra. -
Per l'assemblea un fremito di gioia
gl'ispidi volti illuminando corse:
nacque e rifulse l'appulo comume
al nuovo maggio.
Ma come nenbo sui lucenti scende
campi di messi e l'arator conturba,
che trepidante al casolar ripara,
e dalla soglia
col guardo intento, impaurito guata
e i primi colpi di granuola conta
finché, nascosto nelle nere mani
l'arsiccio volto,
dell'uragano sol ode il furibondo
scroscio che triste l'animo percuote:
così su Troia di Rugger nemica
la furia venne.
Vescovo, aduna il parlamnto ancora,
l'annunzio d'anne e ti prepara - Udite,
Troiani, udite. Di Sicilia viene
il Conte in arme.
Deciso è il Conte a concular la Puglia;
cavalli accoglie e fanti di ogni loco.
Che far conviene? Il parer vostro dite,
cari Troiani. -
Una nuvola nera il ciel coverse,
la volta scura fecesi alla chiesa;
i volti tutti s'offuscar. - Troiani
che decidete?
Uomini - dite, - se Rugger dobbiamo
tristi aspettare, a servitù proclivi. -
Di niego un urlo risonò per l'aria,
tremò la chiesa.
Dunque che fare? Di breve un vecchio disse:
- Guerriera gente libera non teme
l'armi provare. A chi la guerra porta,
guerra facciamo. -
- E voi giurate. - Insieme un rumor sordo
d'aste levossi in alto ed alabarde,
d'un grido solo rimbombò la volta:
- A Dio giuriamo. -
O Musa, canta il vescovo Guglielmo
che infra gli arcieri rinfrancò più fiate
l'asèra difesa del Signore in nome,
e saldo stette.
E un ramo verde a Palmula di quercia
con lieta mano per donarlo cogli
a quegli oscuri militi, che a morte
incontro andaro.
Ed alle accorse donne alla battaglia,
tra le saette e delle pietre il lancio
nell'ora estrema gareggianti in arme,
presenta un fiore.
- Troiani, ammiro il valor vostro; v'offro
salva la vita nei casali; la chiesa
al buon Guglielmo per la messa lascio. -
bandì Ruggero.
Volse al tramonto il sol tra lampi e tuoni
quel dì funesto, che in Troia usciro
stremati e stanchi con le donne e i figli
gli uomini vinti.
Solo rimase a piangere e pregare
presso all'altare il vescovo Guglielmo.
giorni migliori all'infelice patria
auspicando.

lunedì 6 febbraio 2017

“participatio actuosa”

Le “pasquinate”, di recente apparse in Roma, sono il segno di un "resistere", a una realtà religiosa complessa che registra il distacco dell’uomo contemporaneo da una fede istituzionalizzata, per ricercare una dimensione trascendente personale. Più che resistere a Francesco, è un resistere a quella “participatio actuosa” sollecitata dal Concilio Vaticano II. La partecipazione attiva non è un fare, o un ruolo oppure un protagonismo, perché il vero Protagonista è Dio, la Liturgia è una vera Actio, Opera Sua non del sacerdote o dell’Assemblea. La partecipazione che si sollecita è uno stato d'animo, una apertura di cuore e coscienza di ciò che accade. Tutti sono invitati ad uscire di scena, per dare spazio alla scena di un Dio che s’incarna.

Pur di non uscire di scena, parte della gerarchia, affida a Pasquino le sue saccense.

mercoledì 25 gennaio 2017

Le “bocche inutili”

Con tatto e discrezione, lo Stato si ritira, dal welfare, trasferendo all'industria della carità quella mole di prestazioni assunte durante il secolo precedente. Apparentemente sopravvivono, ma dietro l’impalcatura non c’è alcun edificio, tranne la brama di nuovi arricchiti in veste di cooperatori, onlus e organizzazioni non governative. Giustificato dalla crisi, lo Stato completa il lavoro sporco, orientando il sostegno pubblico a chi contribuisce alla ripresa più tosto che in favore delle “bocche inutili”. Sembrerebbe razionale se non si considera che questi contributori di ripresa sono gli stessi che hanno causato la crisi, arricchendosi in entrambe le situazioni.

giovedì 12 gennaio 2017

... il ritorno della doppia apostasia.

Condanne severe nel seicento. Emblematico il caso dell’arcivescovo di Spalato Marco Antonio de Dominis, abiurò in favore della chiesa anglicana per poi abiurarla ancora per la cattolica. Morì di suo l'8 settembre 1624, ma la morte non fermò l'Inquisizione, che continuò l'istruttoria: il 20 dicembre dello stesso 1624, in Santa Maria sopra Minerva, alla presenza della sua bara, venne pronunciata la severa sentenza di condanna post mortem al rogo e alla damnatio memoriae. In sua esecuzione, il 21 dicembre il suo corpo venne tolto dalla bara, trascinato lungo le strade di Roma fino a Campo de' Fiori e qui bruciato pubblicamente con le sue opere.

domenica 8 gennaio 2017

L’ emancipazione del fante. Ai margini della “Disfida di Barletta”.

Nell’estate del 1502 Barletta assediata assiste al rinascere dello spirito cavalleresco, divulgato dal celebre romanzo di Massimo d’Azeglio, edito nel 1833, già esaltato da Guicciardini, Giovio, Summonte e Giannone.
Ma i barlettani assediati sapevano bene che le cose non stavano così: due re stranieri si contendevano la signoria d’Italia, schierando su entrambi i fronti mercenari italiani e che la giostra a premio (oltre le armi ed il cavallo dei vinti, anche 100 ducati d’oro per ciascuno) non riscattava un bel niente. Sul territorio barlettano nessuna battaglia campale, solo scaramucce, che servivano a tenere in allenamento i gentiluomini, ad impinguare le loro tasche con qualche riscatto e razzie nelle campagne, talché fare prigionieri era divenuto sinonimo di ottenere riscatti. Al fine di sottrarre le tariffe all’ingordigia, i due comandanti, Consalvo e de Nemours, concludono un accordo sulla misura del riscatto. Stabilendo che:
- per un fante = un mese di paga
- per un uomo d’arme = tre mesi di paga
- per un alfiere o un capitano = sei mesi di paga
- per ufficiali superiori = tariffa da concordarsi coi capitani-generali.
Tale tariffario, includente il fante, lo emancipa dal destino di morte, prontamente sgozzato sul luogo della sua cattura, adesso accede all’istituto nobiliare del riscatto.
La storia spesso ricopre di fiori la sepoltura dei cadaveri per occultare l’orrore della morte causata da altri uomini, in questo modo l’ordine morale del mondo non viene messo in discussione. C’è sempre un bel gesto che giustifica il male ed è quello che si racconta.

Il mistero di Bamba: come un monastero di Orsara possedeva un villaggio in Spagna

Orsara di Puglia Santuario S. Michele Arcangelo e Abbazia   Esistono storie medievali che sembrano uscite da un romanzo di avventura, capaci...