domenica 21 settembre 2025

Pensare tra Treccani e algoritmi


 Un tempo l’enciclopedia era il simbolo del sapere. La Treccani, con i suoi volumi ordinati e le sue voci affidate agli specialisti, offriva una mappa solida, un edificio di conoscenze che si presentava come stabile, coerente, garantito dall’autorità della tradizione. Consultarla significava entrare in un mondo chiuso ma sicuro, specchio della memoria culturale di un’epoca.

Oggi, invece, il pensiero si muove in un paesaggio radicalmente diverso: quello delle macchine e dei loro linguaggi. Non incontriamo più definizioni fissate una volta per tutte, ma risposte generate nell’interazione; non archivi ordinati, ma reti fluide, che ricombinano continuamente frammenti di sapere. Qui la conoscenza non è più patrimonio compiuto, bensì processo aperto, dinamico, in perenne trasformazione.

Questo mutamento porta con sé rischi e possibilità. Da un lato, il pericolo di smarrire la profondità storica, di appiattire il pensiero sull’immediatezza, di disperdere la memoria in un flusso senza radici. Dall’altro, l’occasione di ampliare la creatività, di intrecciare saperi lontani, di scoprire connessioni impreviste.

Il compito, dunque, non è scegliere tra l’enciclopedia e l’algoritmo, tra la stabilità del sapere custodito e la vitalità del sapere generato. È imparare a pensare con entrambi: coniugando memoria e innovazione, autorità e processualità, radici e apertura.

Forse il pensiero che verrà non sarà né quello della Treccani né quello delle macchine, ma l’incontro tra i due: una memoria viva, capace di trasformarsi senza dissolversi, e una creatività radicata, capace di innovare senza dimenticare.

venerdì 19 settembre 2025

Il mito plurale di Diomede in Daunia

Dopo la caduta di Troia, l’eroe Diomede non ebbe più casa. Afrodite, che egli aveva osato ferire sul campo, lo perseguitò fino in Grecia: la moglie Egialea fu resa infedele, e l’eroe si ritrovò straniero nella propria città. Così salpò ancora, verso Occidente.

Le onde lo condussero alle coste dell’Adriatico, davanti alla Daunia. E qui le memorie si dividono.


Un poeta arcaico, Mimnermo, racconta che Diomede, braccato dagli dèi, giunse presso Dauno re dei Dauni, cercando rifugio. È un’immagine di fragilità: l’eroe che aveva ferito gli dei ora cerca ospitalità in una terra lontana, ai margini del mondo greco. La Daunia è luogo di approdo e di estraneità, confine ultimo dove l’esule trova riparo.


Licofrone, nella sua cupa Alexandra, innesta un’altra voce: Diomede non è più solo rifugiato, ma sposo. Prende in moglie la figlia di Dauno e si lega con alleanze alla regalità indigena. È l’ellenismo che parla: un mondo in cui l’Italia intera viene narrata come parte della koiné, in cui ogni città e ogni re possono vantare radici greche.


I geografi e gli eruditi ellenistici e romani aggiungono un’altra versione: Diomede non si limita a vivere da ospite, ma fonda città. Arpi, Canosa, Cannae: tutte proclamano la sua mano come oikistés, fondatore. È il linguaggio della storia e della politica civica: rivendicare un eroe greco come fondatore significava prestigio, antichità, legittimazione. Così, Diomede divenne civilizzatore, seminatore di città nella piana dauna.


Ma le isole Tremiti conservano una memoria diversa, più arcana. Qui, racconta Antonino Liberale, i compagni di Diomede furono trasformati in uccelli, le diomedee. Non più politica, ma culto: il vento e le rocce custodivano l’eroe come nume marino, venerato da pescatori e viaggiatori, tra riti e metamorfosi.


Eppure, nelle stesse terre, un’altra voce sussurra un racconto opposto. Non ospitalità né nozze, non fondazioni né culti: ma la morte. Dauno stesso, re dei Dauni, avrebbe ucciso Diomede. È la tradizione indigena, che capovolge il mito greco: l’eroe straniero non è accolto né divinizzato, ma eliminato. È il segno della resistenza locale, della fierezza daunica che si oppone alla colonizzazione culturale.


Coro di voci

Così, in Daunia, Diomede non ha un destino, ma molti:

  • esule e ospite,

  • sposo e alleato,

  • fondatore di città,

  • eroe venerato,

  • straniero abbattuto.

Ogni voce nacque in un contesto diverso:

  • la poesia ionica arcaica vedeva l’esule;

  • l’età ellenistica voleva l’alleato e il fondatore;

  • le città cercavano un eroe per nobilitare le proprie origini;

  • i culti locali lo trasformarono in nume;

  • la memoria daunica lo rovesciò nel sangue, per affermare un argine all’invasione greca.


Così, il mito di Diomede in Daunia è plurale e contraddittorio: un crocevia di memorie greche e italiche, di propaganda e resistenza, di fondazioni e rifiuti. Ed è proprio in questa molteplicità che la Daunia antica rivela la sua identità: terra di incontro e di scontro, che accolse l’eroe di Troia ma, nello stesso tempo, lo respinse.

domenica 14 settembre 2025

La città dai tre Soli


 Lo scenario di Troia che qui si ricostruisce è quello descritto da Leandro Alberti nella sua Descrittione di tutta Italia & Isole pertinenti ad essa, edizione aggiornata del 1557, stampata a Venezia da Domenico Dè Farri. Questo volume rappresenta l’ampliamento della prima edizione, pubblicata nel 1551. L’autore riporta la descrizione storica e geografica delle diverse regioni italiane, censite procedendo da sud verso nord. A proposito della Daunia – o Capitanata – identificata come regione undecima, Alberti cita Troia e ne narra la fondazione.

«Poscia, da Luceria otto miglia discosto, vi è Troia, città molto ricca, la quale ha molto fertile territorio. Vuole Biondo, nel XIII libro dell’Historie, che ella fosse ristorata, anzi edificata, da Bubagiano, capitano di Michele, imperatore di Costantinopoli, ne’ tempi di Stefano papa ottavo. Ma una cronica molto antica di Bologna dice che la fu ristorata da un capitano di Basilio imperatore.

Ciò potrebbe esser vero, sì come afferma Biondo, e conferma altresì la cronica, poiché Basilio succedette a Michele nell’impero. Così potrebbe essere che detto Bubagiano fosse stato capitano dell’uno e dell’altro, e che l’opera fosse stata da lui iniziata sotto il primo e conclusa sotto il secondo.

Vero è che rimane un dubbio da dichiarare: il Cosentino, nelle sue Historie, scrive che quivi prima fosse Ecanano, città antica; e Guido, prete di Ravenna, afferma che vi fosse Castra Annibalis. Ciò confermano Pandolfo Collenuccio nel III libro della Historia del Regno e Raffaele Volaterrano nei suoi Commentarii. Potrebbe dunque esser vero quanto questi scrittori tramandano; ma io crederei piuttosto che qui fosse stata Ecanano, come vuole il Cosentino e come conferma l’antidetta cronica di Bologna. Mi muove a credere ciò, oltre l’autorità di tali autori, il fatto che non trovo presso alcun antico scrittore menzione, in Puglia, di un luogo detto Castra Annibalis, mentre sì bene nella Magna Grecia, come altrove dimostrai. Per tanto io sarei di opinione del Cosentino, sebbene non legga in alcun autore che Ecanano fosse propriamente in questi luoghi.

Adunque fu edificata Troia dal detto Bubagiano, per mantenervi buoni guarnimenti di soldati, a conservazione della Puglia e della Calabria sotto l’impero di Costantinopoli, e per far correrie nei vicini luoghi dei Romani.

Qui fu celebrato un concilio da Urbano papa II, per emendare gli scandalosi costumi dei chierici, secondo Biondo nel XXII libro delle Historie e Platina nella vita di detto Urbano.

In questa città, nel meriggio dell’anno 1532, furono veduti tre soli. Ella è ornata del titolo di contado. Governa ora il vescovato di essa molto prudentemente Ferdinando Pandolfino Fiorentino, uomo saggio, religioso, letterato.»


 Troia sorge otto miglia da Lucera, nel cuore della Capitanata. È terra fertile e generosa, cinta di memorie antiche e di leggende che le hanno dato volto e destino. Gli storici, nei secoli, hanno discusso le sue origini: chi, come Biondo, volle che fosse edificata da Bubagiano, capitano dell’imperatore Michele di Costantinopoli, sotto il pontificato di Stefano VIII; chi, come un’antica cronica bolognese, la disse rifondata per ordine di Basilio; altri ancora, come Cosentino e Guido di Ravenna, le attribuirono radici più remote, identificandola con Ecanano o con il Castra Annibalis.

Forse davvero Troia è città dalle molteplici nascite: bizantina per difesa, romana per memoria, sannitica o dauna per eco più remota. Una città stratificata, come se la sua identità fosse chiamata a rinnovarsi ad ogni tempo, senza mai spegnersi del tutto.

E in questo senso appare carico di presagio l’evento mirabile che si manifestò nel 1532: nel cielo meridiano, sopra Troia, brillarono tre soli. Fu un prodigio che i cronisti registrarono con stupore. Tre soli, come a dire tre origini, tre destini, tre luci che si congiungono in una sola città. Troia non è figlia di un’unica fondazione, ma erede di più storie intrecciate, di memorie che non si escludono ma si sommano.

Così la città, che fu sede di concilio sotto Urbano II per la riforma dei costumi ecclesiastici, e che si ornò del titolo di contado, trovò nel segno dei tre soli la cifra più vera della sua identità: la capacità di rinascere, moltiplicando la luce, proprio quando le ombre sembrano prevalere.


Note critiche

  1. Biondo Flavio (1392-1463) - Umanista forlivese, segretario apostolico e storiografo. La sua opera maggiore, le Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades, fu un tentativo pionieristico di narrare in chiave critica la storia medievale dall’età di Teodosio fino al suo tempo. È lui a sostenere che Troia fu rifondata dal generale bizantino Bubagiano.

  2. Il Cosentino - Probabile riferimento a Giovanni Francesco de’ Maiori, detto il Cosentino, autore delle Historiae (XVI sec.), che raccolgono tradizioni locali e memorie antiche della Calabria e della Puglia. Alberti lo cita come testimone della presenza di Ecanano sul sito di Troia.

  3. Guido di Ravenna (sec. IX-XII?) - Chierico ravennate, autore di una Chronica in cui si mescolano notizie storiche e leggende. Secondo lui, a Troia sorgeva l’antico Castra Annibalis, a memoria delle guerre puniche.

  4. Pandolfo Collenuccio (1444-1504) - Letterato e diplomatico ferrarese, autore della Compendio dell’istoria del Regno di Napoli. È uno dei primi umanisti a costruire una narrazione organica del Mezzogiorno, citato da Alberti come conferma della tradizione su Castra Annibalis.

  5. Raffaele Maffei detto il Volaterrano (1451-1522) - Umanista enciclopedico, autore dei Commentarii urbani, vasta raccolta di storia, geografia, teologia e biografie. Nella sezione dedicata ai Cesari conferma anch’egli la memoria del Castra Annibalis.

  6. Ferdinando Pandolfino († dopo il 1557) - Fiorentino, appartenente a un’antica famiglia toscana, fu nominato vescovo di Troia nel 1551 da papa Giulio III. Alberti, scrivendo nel 1557, lo ricorda ancora in carica e lo loda come «huomo saggio, religioso, letterato». Non è frequente che nella Descrittione Alberti si soffermi su figure contemporanee con giudizi tanto elogiativi: questo lascia intendere che Pandolfino avesse fama di pastore colto e prudente, capace di governare con equilibrio una diocesi complessa della Capitanata. La sua citazione in chiusura funge da sigillo di attualità, un ponte tra la storia antica della città e il suo presente ecclesiastico.

giovedì 11 settembre 2025

Il giovane e le rane


 Un giovane, rimproverato perché stava sempre con le mani in mano, ricevette un consiglio illuminato:

- Avvia una startup! Raccogli girini, portali a casa, fai nascere delle rane.

Il giovane, obbediente, corse al fiume, raccolse i girini e ne riempì catini e vasche. In capo a poche settimane, l’acqua brulicava di vita: centinaia di ranocchi si affacciavano al mondo.

Il monitore, passando a trovarlo, gli chiese:
- Allora, come procede il business?
Benissimo! Ho abbondanza di rane, più di quanto potessi immaginare.

Ma presto sorse il problema: nessuno voleva comprarle. Non i ristoranti, che preferivano importazioni francesi; non i mercati, che chiedevano pollo e vitelli; non i bambini, che preferivano i cani. Le rane, intanto, saltavano fuori dalle bacinelle e invadevano la casa, gracchiando a tutte le ore.

Il giovane corse dal monitore, disperato:
- Che ne sarà di me? Non vendo una rana, ma mi restano solo debiti e stagni pieni.
E il monitore, impassibile, rispose:
- Almeno non sei rimasto con le mani in mano.

Così il giovane capì che tutte le startup, anche se partono da buone intenzioni, conducono a un mercato reale. Molte finiscono soltanto in un coro di rane.



lunedì 8 settembre 2025

Mépolis, la Non-Città


 Viviamo ormai fuori dal tempo: immersi in un passato prefabbricato, che non è memoria ma artificio, non eredità ma scenografia. La Città reale si dissolve in un’immagine ideale, medievaleggiante e pseudo-romantica, costruita più per attrarre che per abitare. Ne risulta un doppio squilibrio: da una parte un presente evanescente che non riesce a radicarsi, dall’altra un passato fittizio che occupa lo spazio della memoria collettiva.

Questo squilibrio produce conseguenze tangibili. Abitare la Non-Città significa lavorare, consumare, persino pensare come se il luogo concreto fosse superfluo. L’unico segno di stabilità rimane la casella di posta elettronica, accessibile da ogni punto del globo: paradosso di un’identità ancorata non allo spazio vissuto, ma alla sua cancellazione. Gli spazi fisici, intanto, diventano quinte intercambiabili, riproduzioni sempre uguali a sé stesse, come se il vivere fosse una recita da collocare su palchi differenti.

La Cattedrale ne è l’emblema più evidente. Non più cuore simbolico della comunità, ma fondale neutro per ristoranti di cucina “tipica”, per feste ed eventi senza radici. Non più luogo che raccoglie un popolo, ma sfondo disponibile a chiunque cerchi un frammento di pittoresco.

È soprattutto nei giovani che la condizione della Non-Città si manifesta con chiarezza. Studi e lavori che si svolgono ovunque e in nessun luogo hanno come unico riferimento spazi di transito: l’auto, la stazione, l’aeroporto. Non più la piazza o la strada come luoghi di incontro, ma terminali che promettono partenze infinite e nessun arrivo definitivo. In questa ubiquità senza radici, la mobilità diventa obbligo, non scelta; e il futuro appare come un eterno presente spostato, mai davvero vissuto.

Ma la Non-Città non è solo un problema culturale o generazionale: è una minaccia politica. Una comunità senza luoghi è una comunità senza voce. Dove gli spazi comuni si riducono a scenografie, la cittadinanza si svuota; e dove il legame sociale si frantuma, il potere trova un terreno ideale per imporsi in forme invisibili e pervasive. La Non-Città prepara così cittadini isolati, consumatori docili, masse mobili ma senza direzione.

Non dobbiamo illuderci: la dissoluzione dei luoghi non è neutrale. È un dispositivo che spezza la memoria, indebolisce i legami civili, e priva le generazioni future della possibilità stessa di immaginare il domani. Se i luoghi non tornano ad appartenere alle comunità, Mépolis si trasformerà definitivamente da non-luogo in non-polis: un insieme di individui senza radici né potere.

venerdì 5 settembre 2025

Dossier su Jacopo Aldobrandini

 Vescovo di Troia e Nunzio a Napoli



La figura di Jacopo (Iacopo) Aldobrandini (Firenze, 1535 – 1606) si colloca in un momento cruciale della
storia della Chiesa post-tridentina. Vescovo di Troia e nunzio apostolico a Napoli, fu protagonista di vicende
complesse che toccarono tanto la diplomazia pontificia quanto la repressione delle eresie. La sua personalità emerge in particolare nei processi contro Tommaso Campanella (1600–1603), dove, da presidente del
tribunale ecclesiastico, incarnò il volto burocratico e disciplinare della Curia romana.

Biografia essenziale

Jacopo Aldobrandini nacque a Firenze nel 1535 da Francesco e Clarice Ardinghelli. Studiò giurisprudenza e
avviò una carriera ecclesiastica lenta: nel 1551 fu canonico della metropolitana fiorentina; divenne poi pievano di San Pietro in Bossolo, uditore della nunziatura in Toscana, vice nunzio apostolico. Dopo il 1585, trasferitosi a Roma, ottenne incarichi minori come referendario delle Segnature e governatore di Ancona e Fano. La sua carriera cambiò radicalmente il 30 gennaio 1592, quando il cugino Ippolito Aldobrandini fu eletto papa col nome di Clemente VIII. Da quel momento la famiglia conobbe un’ascesa decisiva. Jacopo fu nominato nunzio apostolico a Napoli (13 marzo 1592) e vescovo di Troia (15 novembre 1593), con il titolo di assistente al soglio pontificio. Alla guida della nunziatura napoletana si distinse come negoziatore paziente e
giuridicamente scrupoloso, ma poco incline alle cure pastorali della sua diocesi, che affidò al vicario generale Felice Siliceo.

Il ruolo nei processi a Tommaso Campanella


Il momento in cui la sua personalità emerge con più chiarezza è quello dei processi per eresia e ribellione
contro Tommaso Campanella e i correi della congiura calabrese del 1599. Clemente VIII istituì a Napoli un
tribunale di delegati apostolici (8 gennaio 1600) presieduto da Aldobrandini, che mostrò rigore formale e totale adesione alle procedure inquisitoriali. La sua durezza non nasceva da crudeltà personale, ma dalla volontà di applicare le regole senza deviazioni arbitrarie. Paradossalmente, proprio questa rigidità consentì che Campanella fosse dichiarato non sano di mente, evitando così la condanna al rogo.



Tabella sinottica

Data Atto / Documento Estratto originale Cosa rivela del carattere

11 gen.
1600
Nomina a giudice della congiura Breve pontificio di Clemente VIII Commissario affidabile
19 apr. 1600 Inclusione nel processo d’eresia Decreto pontificio Giudice “totale”, con potere politico-religioso
mag.–giu. 1600 Autorizzazione alla tortura “…ut adhibeatur quaestio, ad arbitrium Iudicum” Legalista: non agisce senza rescritto papale
4–5 giu. 1601 “Veglia” di Campanella “Praesidentibus… Iacobo Aldobrandino” Garante procedurale, inflessibile ma non vendicativo
1602–1603 Sentenza definitiva Campanella dichiarato “non sano di mente” Rigore formale che salva l’imputato dal rogo
1600–1603 Carteggio del nunzio Scritture Strozziane (Archivio Mediceo) Funzionario freddo e diligente, più uomo di Curia che pastore


Conclusione

Jacopo Aldobrandini fu un vescovo di Curia più che di popolo. Il suo rigore formale e la sua fedeltà alle regole ecclesiastiche lo resero emblema della Chiesa disciplinare della Controriforma. Nei processi a Campanella, la sua durezza istituzionale, paradossalmente, contribuì a salvarne la vita. La memoria che ci resta è quella di un funzionario ecclesiastico inflessibile, simbolo del potere legale e burocratico della Roma post-tridentina.

giovedì 4 settembre 2025

L’oracolo come metafora contemporanea

 L’oracolo è una delle immagini più antiche del bisogno umano di conoscenza. Gli uomini e le donne, nel corso dei secoli, hanno cercato risposte per il proprio destino, rivolgendosi a luoghi sacri, a sacerdoti e sacerdotesse, a voci che si presumevano venire da un altrove. Delfi fu il centro di questo dialogo con il mistero: lì la Pizia, dopo un rito di purificazione, pronunciava parole enigmatiche che venivano poi interpretate come guida per le decisioni dei singoli e dei popoli.

Ma se l’antico oracolo parlava in occasioni solenni e rare, oggi viviamo immersi in una continua interrogazione. Gli oracoli non si trovano più soltanto nei templi: assumono la forma di strumenti scientifici, calcoli statistici, algoritmi informatici, persino voci carismatiche che influenzano le coscienze. Il bisogno, però, rimane lo stesso: orientarsi, sapere, trovare una parola che illumini l’incertezza del futuro.

Il testo che segue prende le mosse da questo intreccio tra mito e presente. Parte dall’immagine della Pizia e del suo rito, per arrivare a riflettere sulla forza della parola: parola che può consolare o ferire, orientare o smarrire, generare luce o oscurità. Perché in ogni epoca, e forse ancor più oggi, la parola resta un oracolo che non smette di determinare la vita degli individui e il destino collettivo.



Interroghiamo l’oracolo

In principio la Pizia esercitava il suo ufficio una sola volta all’anno: il settimo giorno del mese delfico di Bysios, corrispondente al nostro febbraio. Oggi, invece, l’oracolo non tace più: è in funzione costante, incessante. Ci si vada tutti, resi uguali dallo stesso bisogno di risposte.

Per noi, la sacerdotessa continua a celebrare il rito di purificazione: si bagna nuda alla fonte Castalia, indossa una lunga veste e, penetrando nell’adyton, beve l’acqua segreta della fonte Cassotis che scorre sotto terra. Seduta sul tripode, con un ramo d’alloro tra le mani, è pronta a pronunciare parole che determinano il destino di ciascuno e del mondo.

Ma l’oracolo non è più solo a Delfi. Oggi lo cerchiamo altrove: nelle diagnosi degli psicologi, nelle sentenze dei giudici, nei sondaggi e nelle statistiche, negli algoritmi che calcolano le nostre scelte, persino nelle macchine che sembrano pensare. Sempre la stessa domanda ci spinge: quale destino ci attende?

Tutte le parole – sussurrate o urlate, cantate o analizzate, solenni o casuali – hanno inciso nella storia dell’uomo. Hanno consolato o maledetto, rassicurato o spinto alla rivolta, curato le ferite o generato nuove catene. Ogni parola è rito, ogni frase è scelta: nel bene o nel male.

Eppure, al di sopra dell’oracolo enigmatico, resta la Parola che crea. Non una parola da interpretare, ma una parola che è azione immediata: “Fiat lux”. E la luce fu. L’uomo, con la sua voce, partecipa in piccolo a quel mistero: anch’egli, parlando, può generare luce o oscurità.

Ecco allora la vera responsabilità: custodire la parola. Non come eco casuale, ma come dono che plasma il mondo. Perché in ogni sillaba, ancora oggi, vibra il potere di costruire o di distruggere, di aprire strade o di chiuderle.

Abbiamone cura: nell’umile dialogo quotidiano come nell’annuncio solenne, ogni parola è già oracolo, ogni parola è già destino.



mercoledì 3 settembre 2025

Indagare un periodo critico di trasformazione urbana come quello di Troia, significa riconoscere i mutamenti che hanno influenzato numeri, dimensioni e ruoli.


  I dati demografici più recenti parlano chiaro. In provincia di Foggia la popolazione cala in molti comuni, mentre pochi centri registrano ancora una timida crescita. Nel 2023:

  • In crescita: Ordona (+226), Stornarella (+72), Stornara (+9).

  • In calo: Foggia (−1.473), Lucera (−310), Troia (−88), Bovino (−68), Carapelle (−87), Orsara (−9).
    (Fonte: ISTAT).

Una rete spezzata

Un tempo la provincia si reggeva su reti interurbane vitali.

  • La catena Foggia–Lucera–Monti Dauni garantiva scambi, servizi, opportunità (Foggia come mercato, Lucera come centro scolastico e giudiziario, Troia/Bovino come cerniera culturale e agricola). Oggi è in affanno: Foggia perde abitanti, Lucera arretra, i centri montani si svuotano.

  • La piana dei Reali Siti resiste meglio, con piccoli segni positivi dovuti soprattutto all’agricoltura intensiva e alla manodopera migrante. Ma si tratta di un equilibrio fragile, legato a dinamiche esterne più che a un vero progetto di sviluppo.

Risultato: due velocità nella stessa provincia. La pianura che prova a tenere, i Monti Dauni che si spopolano.

Il caso di Troia

Troia, con −88 abitanti in un solo anno, è il simbolo di questo isolamento. Ha perso la spinta dei poli maggiori (Lucera e Foggia) e non è collegata alla dinamica della piana. Così, da comunità viva, rischia di diventare una vetrina borghese: case restaurate ma vuote, decoro senza vita, cittadini ridotti a spettatori.

Dal dato all’azione

Non bastano iniziative spot o eventi-vetrina. Servono politiche vere. La parola chiave è Piano regolatore generale:

  • non solo urbanistica, ma visione di sviluppo;

  • ricucire i legami tra città e campagna, pianura e collina;

  • ridare centralità alla popolazione residente, non al semplice “abbellimento” dei luoghi.

Se i numeri ci parlano di declino, la politica deve rispondere con un piano di rinascita. Altrimenti Troia e i Monti Dauni rischiano di restare una cornice senza quadro, una città-vetrina svuotata della sua comunità.

Il mistero di Bamba: come un monastero di Orsara possedeva un villaggio in Spagna

Orsara di Puglia Santuario S. Michele Arcangelo e Abbazia   Esistono storie medievali che sembrano uscite da un romanzo di avventura, capaci...