sabato 24 gennaio 2026

Oltre il cerchio dell’indignazione

 


Non c’è catarsi, né resa dei conti. La verità, nel nostro tempo, non esplode più: viene assorbita. Il sistema la ingloba, la metabolizza, la rende compatibile e poi prosegue indisturbato. È questo, forse, il tratto più riconoscibile del nuovo secolo: non la rimozione del dramma, ma la sua amministrazione.

In questo quadro si colloca l’indignazione rituale, quella che si accende ciclicamente attorno a figure globali come Trump o a versioni più casarecce e locali del medesimo schema di potere. Cambiano i nomi, non il copione. L’indignazione serve a salvare la coscienza di chi la pratica, non a mettere in discussione il meccanismo che rende quei fenomeni possibili. Si finge lo scandalo per non riconoscere la normalità.

La cosiddetta “parte giusta” funziona come un recinto. Un mondo già costruito, spiegato e giustificato, attorno al quale è stato tracciato un cerchio invalicabile: metà a destra e metà a sinistra, metà a Dio e metà al Diavolo. Dentro quel perimetro si discute, ci si oppone, ci si indigna; fuori non c’è salvezza, ma solo l’accusa di eresia o di irresponsabilità. Il conflitto non viene negato, viene incanalato. Non è più una forza che mette in crisi l’ordine, ma un’opzione tra altre, prevista e gestita.

Quel cerchio non è ideologico, è funzionale. Trasforma la critica in appartenenza e la verità in opinione compatibile. Non occorre reprimere né censurare: basta organizzare il senso, distribuire il dicibile, rendere impensabile ciò che eccede lo schema. In questo modo la sovranità, ridotta a feticcio polemico o a nostalgia reazionaria, viene neutralizzata come problema reale.

Dentro questo assetto si afferma una nuova scala di valori, strettamente legata alla necessità. Valore è ciò che occorre che sia per l’uomo contemporaneo: ciò che funziona, che garantisce continuità, che riduce l’attrito. Non valori per cui morire, ma per vivere al meglio. La morale diventa gestionale, ottimizzante. Il bene coincide con il compatibile, il giusto con il sostenibile.

È una civiltà che si vanta di aver superato la tragedia, ma che in realtà ha solo smarrito il linguaggio per nominarla. E tuttavia non c’è alcuna ragione perché la morte debba porsi come alternativa alla vita. Il punto non è recuperare valori per cui morire, ma interrogarsi su quali forme di vita meritino davvero di essere vissute, al di là dell’adattamento, dell’ottimizzazione e del cerchio rassicurante della necessità.

venerdì 16 gennaio 2026

Abitazione absidata – Località Giardinetto (Aecae/Troia), VI sec. a.C.

 Le tracce visibili nel terreno raccontano una storia silenziosa, ma straordinaria: quella di una casa.

Non una capanna provvisoria, ma un’abitazione stabile, costruita per durare nel tempo e per ospitare una comunità familiare. È ciò che emerge dallo scavo di località Giardinetto, nel territorio dell’antica Aecae, presso l’attuale Troia, dove le evidenze archeologiche consentono di ricostruire una delle più antiche forme di architettura domestica della Daunia arcaica (VI secolo a.C.).


A prima vista, il piano di scavo appare come un insieme disordinato di cavità e macchie nel terreno. In realtà, questi segni costituiscono il negativo di una struttura lignea e vegetale oggi scomparsa: le buche da palo che ospitavano i montanti portanti, i fossati perimetrali, le aree di attività. È proprio grazie a queste impronte che gli archeologi possono ricostruire l’impianto della casa.

L’abitazione aveva una pianta absidata, cioè terminava con una parete curva, e si sviluppava in senso longitudinale per circa 13,80 metri di lunghezza e 7,60 metri di larghezza. Questa forma non è casuale: l’abside migliora la stabilità strutturale, facilita lo scolo delle acque e contribuisce a creare uno spazio interno più raccolto e protetto.

Al centro dell’edificio correva una fila di pali allineati, che sostenevano il colmo del tetto. Questo dettaglio è fondamentale: indica che la copertura non era conica, come nelle capanne più antiche, ma a doppio spiovente, simile a quella delle case rurali tradizionali. La struttura doveva essere imponente per l’epoca, con un’ossatura lignea ben organizzata.

Le pareti erano realizzate con un intreccio di rami e canne, poi rivestito con argilla cruda. Questo sistema offriva un buon isolamento termico e una discreta protezione dagli agenti atmosferici.

All’interno della casa si distingueva chiaramente un focolare centrale, fulcro della vita domestica. Qui si cucinava, ci si scaldava, si svolgevano le attività quotidiane. La luce del fuoco illuminava l’ambiente, rendendolo vivo anche nelle ore serali.

All’esterno, poco distante dall’edificio, si trova un pozzo. La presenza di una struttura per l’approvvigionamento idrico indica una frequentazione stabile e continuativa del luogo. Non siamo davanti a un accampamento temporaneo, ma a un insediamento organizzato.

Questa abitazione rappresenta una fase cruciale nella storia dell’abitare: il passaggio dalla capanna alla casa. Riflette una trasformazione profonda della società: maggiore stabilità, radicamento al territorio, organizzazione familiare più complessa.

Nel VI secolo a.C., il territorio di Aecae era abitato da comunità dauniche, protagoniste di una cultura originale. Questa casa è una testimonianza concreta di quella civiltà: non un palazzo, non un tempio, ma un luogo della vita quotidiana.


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mercoledì 14 gennaio 2026

Eurymedon e Kybadas: quando il potere smette di scriversi e comincia a mostrarsi


 

Viviamo in un tempo in cui il potere non ha più bisogno di spiegarsi.
Gli basta apparire.

Non fonda: occupa.
Non legifera: performa.
Non persuade: si rende inevitabile.

È per questo che alcune immagini antiche — più delle teorie politiche — sembrano oggi parlare con una precisione inquietante. Non perché “prevedano” il presente, ma perché ne anticipano la forma. La sua grammatica. Il suo gesto.

Una di queste immagini è Eurymedon.


Eurymedon non è un concetto, è un gesto
Non giustifica.
Mostra.
La supremazia come postura.
La violenza come normalità.


Ma Eurymedon da solo non basta
Quella che spesso si dimentica.
Quella che rende tutto più disturbante.
È una posizione.
Non parla.
Non risponde.
L’ordine come scena
Non c’è contratto.
Non c’è consenso.
Prima viene il gesto.
Prima viene l’occupazione dello spazio.
Non deve essere legittimo: deve essere inevitabile.
Non deve essere argomentato: deve essere performato.
Perché questa immagine parla al presente
Il punto è dire: “funziona allo stesso modo”.
Non discute: occupa.
Non argomenta: avanza.
Come conseguenze.
La fine della fondazione
Dice: “sono qui”.
Dice: “è così”.
Kybadas non lo contesta. Lo rende visibile.
Perché questo ci riguarda
Non sui testi, ma sulle posture.
Non sulle norme, ma sulle scene.
Ha bisogno di essere visto.
Ha bisogno di essere lì.
Non è un’allegoria. È una diagnosi.
È una lente.
Non sono miti: sono strutture.
Il dominio e la sua superficie.
L’azione e la sua passività.

Eurymedon non nasce come personaggio letterario, non come eroe, non come fondatore. Nasce come immagine. Iconografia del IV secolo a.C., non filosofia politica. Non dottrina, ma superficie.

Non argomenta.

Ed è qui che sta la sua forza.

L’Eurymedon monumentale è propaganda: ordine che si fa pietra, marmo, spazio pubblico. È il potere che vuole durare. Che vuole essere ricordato.

Ma l’Eurymedon vascolare — quello che mi interessa — è altro: è domestico, circolante, quasi osceno nella sua naturalezza. Non fonda un ordine: lo mima. Non lo dichiara: lo esercita.

È il dominio come gesto spontaneo.

Non c’è tragedia, non c’è pathos. C’è una scena. E basta.

Qui entra la seconda figura.

Kybadas.

Sull’oinochoe conservata ad Amburgo, Eurymedon non è solo. C’è un altro corpo. Passivo. Esposto. Ridotto a superficie di esercizio.

Kybadas non è un personaggio.

Non agisce.

Subisce.

Ed è questo che cambia tutto.

Senza Kybadas, Eurymedon sarebbe solo un segno ambiguo. Con Kybadas, diventa relazione di dominio. Sistema. Struttura. Ordine incarnato.

Il potere, per esistere, ha bisogno di un corpo che lo renda reale.

Nell’immagine non c’è legge.

C’è una situazione.

Ed è qui che questa iconografia antica diventa improvvisamente contemporanea.

Viviamo in un’epoca in cui il potere non si fonda più principalmente su testi — costituzioni, trattati, dottrine — ma su scene. Posture. Slogan. Gesti. Dimostrazioni.

Il diritto arriva dopo. Se arriva.

Prima viene l’immagine.

Il potere non ha bisogno di essere giusto: deve essere visibile.

Eurymedon non spiega. Fa.

Kybadas non protesta. Sta.

Il punto non è dire: “è uguale”.

Oggi il potere non ama più presentarsi come legge. Ama presentarsi come necessità. Come realtà già data. Come fatto compiuto.

Non chiede: mostra.

E intorno a questo avanzamento, i Kybadas del mondo si dispongono. Si adattano. Si normalizzano. Vengono narrati come inevitabili.

Non come vittime.

Un tempo il potere aveva bisogno di raccontarsi una storia: fondazione, patto, origine. Oggi sempre meno.

Oggi il potere preferisce la scena alla narrazione.

Non dice: “ho diritto”.

Non dice: “è giusto”.

E questo è il passaggio cruciale: dalla legittimazione alla naturalizzazione.

Eurymedon non fonda un ordine. Lo rende naturale.

Perché quando il potere smette di scriversi e comincia a mostrarsi, cambia tutto.

Non si combatte più sul piano delle idee, ma su quello delle immagini.

E se non capiamo questa mutazione, continueremo a rispondere con argomenti a ciò che agisce come spettacolo.

Eurymedon non ha bisogno di avere ragione.

Kybadas non ha bisogno di essere convinto.

Questa non è un’allegoria.

Eurymedon e Kybadas non sono personaggi: sono funzioni.

Il gesto e il corpo.

Quando li riconosci, li vedi ovunque.

E non puoi più fingere di non sapere.

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