Non c’è catarsi, né resa dei conti. La verità, nel nostro tempo, non esplode più: viene assorbita. Il sistema la ingloba, la metabolizza, la rende compatibile e poi prosegue indisturbato. È questo, forse, il tratto più riconoscibile del nuovo secolo: non la rimozione del dramma, ma la sua amministrazione.
In questo quadro si colloca l’indignazione rituale, quella che si accende ciclicamente attorno a figure globali come Trump o a versioni più casarecce e locali del medesimo schema di potere. Cambiano i nomi, non il copione. L’indignazione serve a salvare la coscienza di chi la pratica, non a mettere in discussione il meccanismo che rende quei fenomeni possibili. Si finge lo scandalo per non riconoscere la normalità.
La cosiddetta “parte giusta” funziona come un recinto. Un mondo già costruito, spiegato e giustificato, attorno al quale è stato tracciato un cerchio invalicabile: metà a destra e metà a sinistra, metà a Dio e metà al Diavolo. Dentro quel perimetro si discute, ci si oppone, ci si indigna; fuori non c’è salvezza, ma solo l’accusa di eresia o di irresponsabilità. Il conflitto non viene negato, viene incanalato. Non è più una forza che mette in crisi l’ordine, ma un’opzione tra altre, prevista e gestita.
Quel cerchio non è ideologico, è funzionale. Trasforma la critica in appartenenza e la verità in opinione compatibile. Non occorre reprimere né censurare: basta organizzare il senso, distribuire il dicibile, rendere impensabile ciò che eccede lo schema. In questo modo la sovranità, ridotta a feticcio polemico o a nostalgia reazionaria, viene neutralizzata come problema reale.
Dentro questo assetto si afferma una nuova scala di valori, strettamente legata alla necessità. Valore è ciò che occorre che sia per l’uomo contemporaneo: ciò che funziona, che garantisce continuità, che riduce l’attrito. Non valori per cui morire, ma per vivere al meglio. La morale diventa gestionale, ottimizzante. Il bene coincide con il compatibile, il giusto con il sostenibile.
È una civiltà che si vanta di aver superato la tragedia, ma che in realtà ha solo smarrito il linguaggio per nominarla. E tuttavia non c’è alcuna ragione perché la morte debba porsi come alternativa alla vita. Il punto non è recuperare valori per cui morire, ma interrogarsi su quali forme di vita meritino davvero di essere vissute, al di là dell’adattamento, dell’ottimizzazione e del cerchio rassicurante della necessità.

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