venerdì 19 settembre 2025

Il mito plurale di Diomede in Daunia

Dopo la caduta di Troia, l’eroe Diomede non ebbe più casa. Afrodite, che egli aveva osato ferire sul campo, lo perseguitò fino in Grecia: la moglie Egialea fu resa infedele, e l’eroe si ritrovò straniero nella propria città. Così salpò ancora, verso Occidente.

Le onde lo condussero alle coste dell’Adriatico, davanti alla Daunia. E qui le memorie si dividono.


Un poeta arcaico, Mimnermo, racconta che Diomede, braccato dagli dèi, giunse presso Dauno re dei Dauni, cercando rifugio. È un’immagine di fragilità: l’eroe che aveva ferito gli dei ora cerca ospitalità in una terra lontana, ai margini del mondo greco. La Daunia è luogo di approdo e di estraneità, confine ultimo dove l’esule trova riparo.


Licofrone, nella sua cupa Alexandra, innesta un’altra voce: Diomede non è più solo rifugiato, ma sposo. Prende in moglie la figlia di Dauno e si lega con alleanze alla regalità indigena. È l’ellenismo che parla: un mondo in cui l’Italia intera viene narrata come parte della koiné, in cui ogni città e ogni re possono vantare radici greche.


I geografi e gli eruditi ellenistici e romani aggiungono un’altra versione: Diomede non si limita a vivere da ospite, ma fonda città. Arpi, Canosa, Cannae: tutte proclamano la sua mano come oikistés, fondatore. È il linguaggio della storia e della politica civica: rivendicare un eroe greco come fondatore significava prestigio, antichità, legittimazione. Così, Diomede divenne civilizzatore, seminatore di città nella piana dauna.


Ma le isole Tremiti conservano una memoria diversa, più arcana. Qui, racconta Antonino Liberale, i compagni di Diomede furono trasformati in uccelli, le diomedee. Non più politica, ma culto: il vento e le rocce custodivano l’eroe come nume marino, venerato da pescatori e viaggiatori, tra riti e metamorfosi.


Eppure, nelle stesse terre, un’altra voce sussurra un racconto opposto. Non ospitalità né nozze, non fondazioni né culti: ma la morte. Dauno stesso, re dei Dauni, avrebbe ucciso Diomede. È la tradizione indigena, che capovolge il mito greco: l’eroe straniero non è accolto né divinizzato, ma eliminato. È il segno della resistenza locale, della fierezza daunica che si oppone alla colonizzazione culturale.


Coro di voci

Così, in Daunia, Diomede non ha un destino, ma molti:

  • esule e ospite,

  • sposo e alleato,

  • fondatore di città,

  • eroe venerato,

  • straniero abbattuto.

Ogni voce nacque in un contesto diverso:

  • la poesia ionica arcaica vedeva l’esule;

  • l’età ellenistica voleva l’alleato e il fondatore;

  • le città cercavano un eroe per nobilitare le proprie origini;

  • i culti locali lo trasformarono in nume;

  • la memoria daunica lo rovesciò nel sangue, per affermare un argine all’invasione greca.


Così, il mito di Diomede in Daunia è plurale e contraddittorio: un crocevia di memorie greche e italiche, di propaganda e resistenza, di fondazioni e rifiuti. Ed è proprio in questa molteplicità che la Daunia antica rivela la sua identità: terra di incontro e di scontro, che accolse l’eroe di Troia ma, nello stesso tempo, lo respinse.

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