domenica 14 settembre 2025

La città dai tre Soli


 Lo scenario di Troia che qui si ricostruisce è quello descritto da Leandro Alberti nella sua Descrittione di tutta Italia & Isole pertinenti ad essa, edizione aggiornata del 1557, stampata a Venezia da Domenico Dè Farri. Questo volume rappresenta l’ampliamento della prima edizione, pubblicata nel 1551. L’autore riporta la descrizione storica e geografica delle diverse regioni italiane, censite procedendo da sud verso nord. A proposito della Daunia – o Capitanata – identificata come regione undecima, Alberti cita Troia e ne narra la fondazione.

«Poscia, da Luceria otto miglia discosto, vi è Troia, città molto ricca, la quale ha molto fertile territorio. Vuole Biondo, nel XIII libro dell’Historie, che ella fosse ristorata, anzi edificata, da Bubagiano, capitano di Michele, imperatore di Costantinopoli, ne’ tempi di Stefano papa ottavo. Ma una cronica molto antica di Bologna dice che la fu ristorata da un capitano di Basilio imperatore.

Ciò potrebbe esser vero, sì come afferma Biondo, e conferma altresì la cronica, poiché Basilio succedette a Michele nell’impero. Così potrebbe essere che detto Bubagiano fosse stato capitano dell’uno e dell’altro, e che l’opera fosse stata da lui iniziata sotto il primo e conclusa sotto il secondo.

Vero è che rimane un dubbio da dichiarare: il Cosentino, nelle sue Historie, scrive che quivi prima fosse Ecanano, città antica; e Guido, prete di Ravenna, afferma che vi fosse Castra Annibalis. Ciò confermano Pandolfo Collenuccio nel III libro della Historia del Regno e Raffaele Volaterrano nei suoi Commentarii. Potrebbe dunque esser vero quanto questi scrittori tramandano; ma io crederei piuttosto che qui fosse stata Ecanano, come vuole il Cosentino e come conferma l’antidetta cronica di Bologna. Mi muove a credere ciò, oltre l’autorità di tali autori, il fatto che non trovo presso alcun antico scrittore menzione, in Puglia, di un luogo detto Castra Annibalis, mentre sì bene nella Magna Grecia, come altrove dimostrai. Per tanto io sarei di opinione del Cosentino, sebbene non legga in alcun autore che Ecanano fosse propriamente in questi luoghi.

Adunque fu edificata Troia dal detto Bubagiano, per mantenervi buoni guarnimenti di soldati, a conservazione della Puglia e della Calabria sotto l’impero di Costantinopoli, e per far correrie nei vicini luoghi dei Romani.

Qui fu celebrato un concilio da Urbano papa II, per emendare gli scandalosi costumi dei chierici, secondo Biondo nel XXII libro delle Historie e Platina nella vita di detto Urbano.

In questa città, nel meriggio dell’anno 1532, furono veduti tre soli. Ella è ornata del titolo di contado. Governa ora il vescovato di essa molto prudentemente Ferdinando Pandolfino Fiorentino, uomo saggio, religioso, letterato.»


 Troia sorge otto miglia da Lucera, nel cuore della Capitanata. È terra fertile e generosa, cinta di memorie antiche e di leggende che le hanno dato volto e destino. Gli storici, nei secoli, hanno discusso le sue origini: chi, come Biondo, volle che fosse edificata da Bubagiano, capitano dell’imperatore Michele di Costantinopoli, sotto il pontificato di Stefano VIII; chi, come un’antica cronica bolognese, la disse rifondata per ordine di Basilio; altri ancora, come Cosentino e Guido di Ravenna, le attribuirono radici più remote, identificandola con Ecanano o con il Castra Annibalis.

Forse davvero Troia è città dalle molteplici nascite: bizantina per difesa, romana per memoria, sannitica o dauna per eco più remota. Una città stratificata, come se la sua identità fosse chiamata a rinnovarsi ad ogni tempo, senza mai spegnersi del tutto.

E in questo senso appare carico di presagio l’evento mirabile che si manifestò nel 1532: nel cielo meridiano, sopra Troia, brillarono tre soli. Fu un prodigio che i cronisti registrarono con stupore. Tre soli, come a dire tre origini, tre destini, tre luci che si congiungono in una sola città. Troia non è figlia di un’unica fondazione, ma erede di più storie intrecciate, di memorie che non si escludono ma si sommano.

Così la città, che fu sede di concilio sotto Urbano II per la riforma dei costumi ecclesiastici, e che si ornò del titolo di contado, trovò nel segno dei tre soli la cifra più vera della sua identità: la capacità di rinascere, moltiplicando la luce, proprio quando le ombre sembrano prevalere.


Note critiche

  1. Biondo Flavio (1392-1463) - Umanista forlivese, segretario apostolico e storiografo. La sua opera maggiore, le Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades, fu un tentativo pionieristico di narrare in chiave critica la storia medievale dall’età di Teodosio fino al suo tempo. È lui a sostenere che Troia fu rifondata dal generale bizantino Bubagiano.

  2. Il Cosentino - Probabile riferimento a Giovanni Francesco de’ Maiori, detto il Cosentino, autore delle Historiae (XVI sec.), che raccolgono tradizioni locali e memorie antiche della Calabria e della Puglia. Alberti lo cita come testimone della presenza di Ecanano sul sito di Troia.

  3. Guido di Ravenna (sec. IX-XII?) - Chierico ravennate, autore di una Chronica in cui si mescolano notizie storiche e leggende. Secondo lui, a Troia sorgeva l’antico Castra Annibalis, a memoria delle guerre puniche.

  4. Pandolfo Collenuccio (1444-1504) - Letterato e diplomatico ferrarese, autore della Compendio dell’istoria del Regno di Napoli. È uno dei primi umanisti a costruire una narrazione organica del Mezzogiorno, citato da Alberti come conferma della tradizione su Castra Annibalis.

  5. Raffaele Maffei detto il Volaterrano (1451-1522) - Umanista enciclopedico, autore dei Commentarii urbani, vasta raccolta di storia, geografia, teologia e biografie. Nella sezione dedicata ai Cesari conferma anch’egli la memoria del Castra Annibalis.

  6. Ferdinando Pandolfino († dopo il 1557) - Fiorentino, appartenente a un’antica famiglia toscana, fu nominato vescovo di Troia nel 1551 da papa Giulio III. Alberti, scrivendo nel 1557, lo ricorda ancora in carica e lo loda come «huomo saggio, religioso, letterato». Non è frequente che nella Descrittione Alberti si soffermi su figure contemporanee con giudizi tanto elogiativi: questo lascia intendere che Pandolfino avesse fama di pastore colto e prudente, capace di governare con equilibrio una diocesi complessa della Capitanata. La sua citazione in chiusura funge da sigillo di attualità, un ponte tra la storia antica della città e il suo presente ecclesiastico.

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