Il ritorno dei Galantuomini
Troia sta cambiando volto. Non perché qualcuno abbia avuto un’idea di sviluppo, non perché un piano pubblico ne stia guidando il futuro, ma perché un vecchio meccanismo di dominio si ripresenta sotto nuove spoglie: la gentrificazione.
Dietro questa parola apparentemente neutra – spesso spacciata per “riqualificazione urbana” – si cela in realtà un processo di esclusione. Le classi popolari vengono spinte fuori, i professionisti e i benestanti subentrano, e la città diventa un piccolo salotto per pochi eletti. Non è progresso, è la restaurazione sociale: il ritorno dei Galantuomini.
Da oltre mezzo secolo, Troia vive questa lenta trasformazione. La “città storica”, cuore millenario di una convivenza senza ghetti, è stata svuotata: i meno abbienti se ne sono andati, spinti via da costi insostenibili e dall’assenza di lavoro. Nei palazzi antichi entrano famiglie con redditi alti, mentre interi isolati restano pieni di case chiuse e inutilizzate. Lo spopolamento si approfondisce, e con esso la riduzione della città alla sola misura della sua borghesia.
Il dramma è che questo processo non trova alcun freno politico. Non c’è voglia, non c’è visione, non c’è un progetto di sviluppo che metta al centro la comunità. Al contrario, quel che sembra emergere è un disegno implicito ma chiaro: fare di Troia una città piccola e graziosa per pochi, con beni pubblici trattati come proprietà privata e cittadini ridotti a sudditi, legati dal favore e non da diritti.
Così la città che per secoli ha saputo accogliere, mescolare ceti, valorizzare il lavoro dei contadini, dei braccianti, degli artigiani, rischia oggi di diventare un guscio vuoto: una cartolina da esibire, un ornamento borghese.
La gentrificazione non è progresso. È la versione moderna di un vecchio dominio sociale. È il segnale che la città non appartiene più a chi la vive, ma a chi la compra. E questo – a Troia – significa la morte lenta di una comunità che ha sempre saputo trasformare la sua dignità in futuro.
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