Capitolo I
Le origini invisibili: Troia prima di Troia
Sull’altura che oggi ospita Troia, quando la pietra non era ancora scolpita e il nome non esisteva, l’uomo aveva già acceso fuochi, tracciato sentieri, piantato radici. La pianura si apriva vasta, fertile e silenziosa, solcata dai lenti corsi del Candelaro e del Celone, e sorvegliata da alture discrete, come se la terra stessa invitasse alla dimora. Da millenni, nel cuore della Daunia, piccoli gruppi umani abitavano questo lembo di mondo, costruendo villaggi effimeri ma ostinati, lasciando ceramiche, ossidiane, segni. Lontani da ogni centro, eppure già al centro di transiti antichissimi, tra mare e montagna, tra oriente e occidente. Lì dove oggi s’innalza una cattedrale romanica, forse un tempo vibravano tamburi rituali, si seppellivano i morti con onori simbolici, si scolpivano stele per onorare gli antenati. La continuità insediativa non si misura solo con le pietre: è una memoria geologica dell’umano, un’eco lunga che risale dalla preistoria e prende forma, se ascoltata, come identità profonda. Troia nasce dunque prima di sé stessa, in un silenzio di secoli che già la prepara, la orienta, la chiama.
Le prime dimore: Monte San Vincenzo e le origini di un abitare
Se le tracce più antiche si perdono nella vastità del Tavoliere, è proprio sul colle di Monte San Vincenzo, oggi in territorio di Troia, che si svela una delle prime attestazioni concrete di presenza umana stabile. Qui, tra la fine del VI e gli inizi del IV millennio a.C., sorse un insediamento neolitico che testimonia non solo la frequentazione del sito, ma una volontà di radicamento. Le abitazioni erano capanne semplici, ma organizzate secondo logiche precise; le ceramiche finemente decorate raccontano di scambi culturali con le comunità del Gargano e dell’Appennino. Intorno, campi coltivati, animali addomesticati, pozzi scavati nella roccia: la vita sedentarizzata prendeva forma, e con essa, un primo senso del “luogo”. Monte San Vincenzo, per la sua posizione dominante, divenne una sorta di prototipo dell’abitare in altura, e forse già in quel tempo custodiva una dimensione sacra: una collina che raccoglieva vita e memoria. Non era ancora Troia, ma lo sarebbe diventata. Lì si fonda una delle prime radici visibili dell’identità territoriale, in uno spazio che già allora univa sopravvivenza, orientamento e senso della continuità.
Verso l’alto: l’Età del Bronzo e le alture abitate
Nel corso dell’Età del Bronzo, tra il III e il II millennio a.C., l’abitare si fece più complesso e strategico. Le alture, come quella di Monte San Vincenzo, conservarono la loro centralità, ma vennero progressivamente affiancate da nuovi insediamenti, in posizioni sempre più elevate e difendibili. È il tempo in cui la pianura non basta più: le comunità cercano la vista lunga, il controllo del territorio, la protezione. In quest’epoca, l’area oggi troiana partecipa a una più ampia rete di scambi che collega l’Adriatico con il Tirreno, l’Appennino con le coste: tra le ceramiche, compaiono modelli micenei, e la presenza di oggetti in bronzo testimonia una crescente differenziazione sociale. Non si tratta solo di sopravvivere, ma di segnare lo spazio, di costruire un’identità collettiva. Le necropoli si arricchiscono di simboli, le abitazioni si organizzano in nuclei più stabili, forse già protetti da palizzate. È possibile che, tra queste alture, un primo racconto identitario abbia iniziato a formarsi: una narrazione del vivere in comunità, dell’onorare i morti, del difendere i propri confini. La terra che diventerà Troia comincia così a distinguersi nel paesaggio: non solo per la sua posizione, ma per il significato che l’uomo le affida.
Le stele e la memoria: la Daunia come coscienza di sé
Con l’età del Ferro, a partire dal IX secolo a.C., il paesaggio che circonda l’attuale Troia si popola di segni nuovi: pietre incise, tombe rituali, oggetti che parlano non solo di vita ma di identità. È la civiltà daunica che prende forma, silenziosa e orgogliosa, tra la pianura e le alture, tra i fiumi e i venti del Gargano. Le sue tracce più eloquenti sono le stele funerarie, lastre scolpite che raffigurano uomini armati, donne ornate, scene di vita e di morte: non solo ricordi dei defunti, ma specchi di una comunità che comincia a vedersi, a raccontarsi, a tramandarsi. Queste stele, rinvenute in centri come Arpi, Ordona, Ascoli Satriano, ma forse anche un tempo presenti nell’area troiana, custodiscono un linguaggio simbolico che unisce passato e presente, terra e spirito. È in questo tempo che la memoria si fa cultura: i luoghi non sono solo abitati, ma percepiti come eredità. E anche se Troia ancora non esiste, il suo spazio già vibra di una coscienza locale che distingue, lega, resiste. In queste terre, la continuità non è mai lineare, ma profonda: si trasmette nel culto degli antenati, nell’organizzazione del territorio, in un senso del sacro che sopravvive sotto le forme del tempo. La Daunia non fu mai un regno, ma fu civiltà: discreta, contadina, simbolica - e proprio per questo capace di radicarsi nel cuore della storia.
L’eroe e la terra: l’incontro con Roma, il mito di Diomede
Quando il mondo daunico comincia a incontrare quello romano, tra il IV e il III secolo a.C., non si assiste a una frattura immediata, ma a una lunga stagione di transizione, in cui la cultura locale resiste, si adatta, si trasforma. I segni della romanizzazione si faranno più evidenti con il tempo: strade, colonie, nomi nuovi. Ma il paesaggio interiore della Daunia - quello delle alture abitate, delle stele, delle memorie sepolte - non scompare: si ritrae sotto la superficie, continua a respirare.
In questo tempo di confine, emerge anche il mito di Diomede, l’eroe acheo che, secondo la leggenda, approda sulle coste adriatiche dopo la guerra di Troia e fonda città, porta civiltà, lascia segni. È Mimnermo, poeta del VII secolo a.C., a introdurre per primo il racconto dell’arrivo di Diomede in Daunia, proprio mentre nasce la Magna Grecia: il mito si fa strumento di legittimazione culturale, proiezione greca su una terra ancora indomita. Ma la Daunia non si lascia addomesticare. In una variante significativa, è Dauno, l’eroe eponimo autoctono, a uccidere Diomede: non un’accoglienza, ma un rifiuto. Il mito, così reinterpretato, diventa atto politico: questa terra accetta il passaggio dell’eroe, ma non la sua egemonia. Assimila i racconti senza perdere se stessa. È un modo di esistere che ritornerà più volte nella sua storia: la capacità di resistere al centro, pur accogliendo il mondo.
E anche quando Roma stenderà le sue strade e i suoi poteri, la Daunia continuerà a conservare un margine di libertà nascosta. Lì dove ancora non esiste una città chiamata Troia, si prepara da secoli una vocazione alla memoria, capace di custodire la propria origine nel mito, senza farsene dominare.
Pietre romane, radici profonde: la lunga transizione
Con l’età romana, tra il III secolo a.C. e il tardoantico, l’area oggi troiana si ritrova dentro un sistema più vasto, ordinato da strade, giurisdizioni, centuriazioni. Nascono o si rinnovano centri come Aecae (l’odierna Troia), Herdonia, Lucera; si costruiscono acquedotti, ponti, ville rustiche: il paesaggio si romanizza, assume geometrie nuove. Ma sotto quella trama di pietre, la profondità della terra resta intatta. I culti locali si fondono con quelli ufficiali; gli dei latini condividono i templi con presenze antiche, quasi prelinguistiche. Il passaggio non cancella, stratifica.
Nel territorio troiano, la presenza romana si manifesta soprattutto nel controllo agricolo: la fertilità della pianura è pienamente sfruttata, le vie consolari avvicinano i mercati. Ma non si impone una nuova identità: l’insediamento resta discreto, senza grandi monumentalità, come a voler rispettare una misura antica del vivere. In età tardoantica, mentre l’impero si sfalda, molte aree si spopolano; ma non qui. Le alture restano abitate, forse come rifugi, forse come luoghi di continuità cultuale e comunitaria. Aecae sopravvive. Le pieghe della storia sembrano proteggere questa terra più che trasformarla.
Quando il Medioevo giungerà a nominarla di nuovo, la chiamerà con un nome potente: Troia. Non sarà solo un nome, ma un ritorno di senso. Come se questa terra, da sempre abitata, da sempre resistente, avesse finalmente trovato una parola capace di raccontarla.
Troia si chiama: la fondazione bizantina e il ritorno del nome
All’alba dell’XI secolo, quando l’Impero bizantino tenta di resistere all’avanzata normanna nella Capitanata, nasce una nuova città. La fonda il catapano Boiohannes, su mandato dell’imperatore Basilio II, con funzione strategica e militare, ma anche con un’intuizione più sottile: scegliere un luogo antico, abitato da sempre, e dargli un nome antico, capace di parlare al cuore della memoria. Così nasce Troia, e non è una scelta neutra. È un nome evocato, risuscitato, carico di mito. Il richiamo all’Ilio omerico non vuole solo nobilitare la fondazione: sembra voler riconoscere alla terra un’identità profonda, una storia che precede la storia.
Quella bizantina non è una fondazione ex novo: sorge su un luogo già popolato, probabilmente coincidente con l’antica Aecae, ma forse anche più ampio, legato a quell’abitato continuo che, dalle pendici di Monte San Vincenzo, non si era mai spento. È un atto di potere e insieme un gesto di ascolto del territorio: si dà forma a una città per il futuro, ma la si radica in un passato immaginato e reale. Troia nasce come fortezza, ma diventerà luogo di cultura, di Chiesa, di scrittura, capace nei secoli di mantenere viva quella vocazione alla profondità, al silenzio e alla parola.
La continuità insediativa qui non è solo una permanenza fisica: è una fedeltà simbolica. E quando si pronuncia quel nome, "Troia", si compie un atto di riconoscimento: si dice a questa terra che la sua lunga attesa ha trovato voce.
Cari amici,
sto provando a ricostruire, con pazienza e passione, la storia profonda della nostra terra: quella che oggi si chiama Troia, ma che affonda le sue radici in un paesaggio umano molto più antico - fatto di alture abitate, miti resistenti, silenzi fecondi.
Ho scritto il percorso del primo capitolo narrativo, dalla Preistoria fino alla fondazione bizantina di Troia, cercando di far emergere la continuità insediativa e l’identità culturale che da sempre ci accompagna, anche quando la storia tace. Ma questo lavoro non vuole essere solo mio: mi piacerebbe che diventasse nostro.
Per questo lo condivido qui, sul mio blog, sperando che qualcuno di voi voglia leggerlo, correggerlo, arricchirlo. Ogni ricordo, dettaglio, fonte, aneddoto, ipotesi, anche dubbio — sarà prezioso. Insieme possiamo dare più voce a questa terra e a ciò che ci unisce: la memoria, il senso dell’origine, la voglia di capire chi siamo.
Grazie fin d’ora a chi vorrà partecipare a questo cammino.
Con amicizia, Ninì Russo
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