Se c’è un luogo in Capitanata in cui i numeri descrivono una realtà profondamente diversa da quella che appare in superficie, quel luogo è il comune di Troia (FG). Con una popolazione residente che a fine 2025 si è attestata a 6.475 abitanti, la nostra città si trova ad affrontare le tipiche dinamiche di un progressivo calo demografico. Ma è guardando dentro la terra, e dentro le stanze dove si decide come usarla, che emerge il vero quadro economico e sociale del territorio: un sistema bloccato tra vecchie rendite ereditarie e una transizione energetica che rischia di passare sopra la testa dei cittadini.
L'illusione dei dati e la realtà del "mare di grano"
A Troia la forza lavoro attiva conta circa 2.460 persone, e ben il 27,3% (circa 672 occupati) risulta impiegato nel settore agricolo. Una quota altissima, quasi tre volte la media nazionale. Ma chi sono davvero questi lavoratori?
Il territorio comunale vanta una Superficie Agricola Utilizzata (SAU) che sfiora i 14.000 ettari. Di questi, ben 11.000 ettari sono coltivati a seminativo, dominato quasi totalmente dal monopolio del grano duro. Questa sproporzione geometrica modella non solo il paesaggio, ma blocca sul nascere qualsiasi tentativo di diversificazione colturale ad alto valore aggiunto.
Il motivo è strutturale e generazionale. A seguito dei trasferimenti ereditari, la maggior parte delle aziende agricole è oggi condotta da una platea di proprietari "anomali": professionisti, commercianti, artigiani o impiegati il cui reddito principale non deriva dalla terra. Poiché la monocoltura del grano duro è l'unica che si può gestire "per telefono" — affidando l'intero ciclo dei lavori (semina, trattamenti e raccolta) a ditte di contoterzismo — la terra si è trasformata in una pura rendita finanziaria integrativa. Un'aggiunta al reddito professionale sempre gradita e a rischio zero, blindata dai titoli e dai contributi della PAC (Politica Agricola Comune) europea. Per l'INPS questi proprietari non sono nemmeno agricoltori (non pagano contributi agricoli), ma per l'Agenzia delle Entrate sono soggetti che incassano una rendita catastale sicura e poco tassata.
Il paradosso dei braccianti "senza terra"
Questo modello estensivo e ultra-meccanizzato crea un paradosso occupazionale. Per coltivare 11.000 ettari a grano servono pochissimi trattoristi. Di conseguenza, i circa 410-430 braccianti agricoli dipendenti registrati anagraficamente a Troia non possono trovare spazio nel proprio comune. I circa 800 ettari di oliveto e i pochissimi 45 ettari di vigneto locale non bastano a garantire le giornate lavorative minime annuali.
La realtà è che il bracciante di Troia è un lavoratore pendolare: vive qui, ma si sposta quotidianamente verso il Tavoliere profondo (Foggia, Lucera, San Severo, Cerignola) per piegare la schiena nei campi di pomodori, carciofi o uva da tavola. Troia è il loro dormitorio anagrafico; il reddito viene raccolto altrove.
Dal grano all'oro solare: la nuova rendita delle multinazionali
In questo scenario di proprietari "part-time" e terreni bloccati si è inserita, con una forza d'urto impressionante, la fame di spazio delle multinazionali dell'energia. Troia è diventata una delle capitali europee delle rinnovabili: qui convivono un mega parco fotovoltaico a terra da 103 Megawatt esteso su 155 ettari, enormi parchi eolici e nuovi progetti agrivoltaici in rampa di lancio.
Il motivo dell'incontro tra proprietari e colossi dell'energia è puramente matematico:
- Coltivando a grano, tra costi del contoterzista e mercato volatile, un ettaro rende netti tra i 300 e i 600 euro all'anno.
- Affittando il diritto di superficie alle multinazionali per 20 o 30 anni, il canone supera facilmente i 2.500 - 3.500 euro all'anno per ettaro.
Il professionista o l'erede assenteista moltiplica le proprie entrate senza muovere un dito. Il recente Decreto Agricoltura del governo ha provato a frenare il fotovoltaico selvaggio a terra, ma i grandi gruppi hanno già aggirato l'ostacolo virando sull'Agrivoltaico Avanzato (pannelli rialzati). Nella realtà, però, la presenza delle strutture in acciaio cementa lo status quo: su quei terreni non si potrà mai fare un'agricoltura intensiva manuale. I proprietari incassano, la terra resta bloccata e i braccianti continuano a fare i pendolari.
Le casse del Comune beneficiano delle cosiddette royalties (fissate per legge al massimo al 3% dei proventi dell'energia), ma per vincoli normativi questi milioni possono essere spesi solo in opere pubbliche (asfalto, illuminazione a LED, efficientamento delle scuole) e mai per abbassare le tasse locali (IMU/TARI) o creare sconti diretti sulle bollette dei cittadini. Il paesaggio cambia, ma la bolletta dei troiani resta identica.
Quali prospettive? Il miraggio della Comunità Energetica
L'unica alternativa pubblica teoricamente sul tavolo per provare a trattenere un minimo di ricchezza sul territorio sarebbe la Comunità Energetica Rinnovabile (CER), un percorso che il Comune di Troia ha effettivamente avviato dal punto di vista burocratico tra la fine del 2025 e l'inizio del 2026 con una manifestazione d'interesse per i cittadini.
Tuttavia, anche qui la realtà smorza subito gli entusiasmi. Avendo Troia una popolazione superiore ai 5.000 abitanti, il nostro comune è escluso dai fondi del PNRR che coprono il 40% delle spese di installazione degli impianti a fondo perduto. Senza questo pesante aiuto economico, la CER locale dovrà sostenere costi di realizzazione molto più alti, potendo contare solo sulla tariffa incentivante del GSE per l'energia condivisa.
Il risultato pratico? Lo sconto finale sulla bolletta delle famiglie troiane rischia di essere del tutto irrisorio e simbolico, ben lontano dal rappresentare una reale svolta contro il caro-energia.
A questo limite economico si aggiunge il solito deficit di trasparenza dell'amministrazione locale: di questi passaggi la cittadinanza è rimasta completamente all'oscuro. I bandi passano tra le carte dell'Albo Pretorio, confermando come la transizione energetica a Troia continui a essere una partita giocata sopra le teste dei residenti. Se vogliamo che il nostro comune smetta di essere una pura "colonia energetica" per i bilanci di società private, il primo passo non sono le promesse di sconti irraggiungibili, ma una seria operazione di chiarezza e informazione pubblica.
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