martedì 21 luglio 2026

Resistenza rurale: quel centinaio di famiglie che custodisce l'anima di Troia

L'Angelus" di Jean-François Millet, storicamente utilizzato nei manifesti della Festa del Ringraziamento, promossa dalla Coldiretti.


Se l’agricoltura "per telefono" dei proprietari assenteisti descrive la paralisi colturale di Troia, esiste un'altra agricoltura che ne rappresenta la spina dorsale umana, identitaria e lavorativa. È la Troia delle circa cento famiglie di coltivatori diretti rimasti. Insieme ai loro coadiuvanti familiari, costituiscono lo zoccolo duro dei circa 240 iscritti alla gestione ex SCAU dell’INPS: un nucleo ristretto, una minoranza resistente che non ha ceduto la terra alle multinazionali e che rifiuta di considerare il suolo una semplice rendita finanziaria.
Mappando le loro vite e le loro strategie di sopravvivenza, si comprende il vero ordine sociale della nostra comunità.
La frattura generazionale e il "muro" del pensionamento
Il primo elemento che balza agli occhi osservando questa comunità è l'età anagrafica. Una fetta importante di questo centinaio di titolari d'azienda si trova oggi al margine del pensionamento.
Nelle realtà in cui i figli hanno scelto altre strade, il pensionamento del capo-famiglia segna un punto di non ritorno: la terra rischia di essere inghiottita dal circuito della monocoltura gestita da remoto o, peggio, di essere recintata e coperta dal silicio dei pannelli solari. Dove invece i coadiuvanti familiari — figli e coniugi — hanno deciso di restare, l'azienda si trova costretta a cambiare pelle per non essere schiacciata dalle dinamiche del mercato globale.
I giovani, la diversificazione e l'ostacolo del mercato
Le famiglie più giovani di questo nucleo resistente hanno capito che la sola monocoltura del grano duro, su superfici aziendali spesso ridotte, non può più garantire il sostentamento di un nucleo familiare. È da loro che arriva l’unica, vera spinta alla diversificazione colturale a Troia.
Sono queste cento famiglie a presidiare ed evitare l'abbandono degli 800 ettari di oliveto e dei circa 45 ettari di vigneto del territorio comunale. Diversificare, per loro, è una strategia di scomposizione del rischio: se il prezzo del grano crolla, si spera nell’annata dell’olio o nel conferimento delle uve. Tuttavia, questa resistenza avviene in solitudine. Mancando a Troia un sistema cooperativo forte e strutturato, questi giovani produttori sono spesso costretti a vendere le loro eccellenze a intermediari o grossisti locali, vedendo svanire gran parte del valore aggiunto della loro fatica. 
L'ibridazione economica: il coltivatore-contoterzista
Per sopravvivere, queste famiglie hanno dovuto inventare un modello economico ibrido. A Troia, infatti, non esiste un contoterzismo puro, fatto di grandi aziende nate solo per offrire servizi meccanizzati. La realtà è molto più sfumata e si basa su un incastro di mutuo soccorso e necessità finanziaria.
Il giovane coltivatore diretto di Troia, per poter acquistare un trattore moderno o un'attrezzatura d'avanguardia, non può contare solo sui propri pochi ettari. Deve ammortizzare i costi uscendo dai confini del proprio podere. Diventa così un coltivatore-contoterzista: mette le proprie braccia, il proprio tempo e i propri mezzi a disposizione di quella borghesia assenteista (professionisti, negozianti, impiegati) che possiede la terra ma non sa o non vuole lavorarla.
Si crea così una dipendenza reciproca ma asimmetrica:
  • Il professionista ha bisogno del sapere e dei mezzi del coltivatore diretto per mantenere viva la sua rendita "per telefono".
  • Il coltivatore diretto ha assoluto bisogno dei soldi del professionista per integrare il magro reddito aziendale e pagare le rate dei macchinari.
Una resistenza senza voce
Questo centinaio di famiglie rappresenta l'ultimo argine al deserto umano e produttivo, eppure vive in una condizione di totale isolamento sociale e politico. Sono troppo piccoli per competere con i colossi dell'energia (che fanno impennare i prezzi degli affitti fondiari e sottraggono suolo agricolo) e troppo isolati rispetto alla massa dei proprietari assenteisti, i quali non hanno alcun interesse a battersi per i servizi essenziali all'agricoltura, come la manutenzione delle strade rurali o la gestione dei consorzi di bonifica.
Se queste cento famiglie smettessero di accendere i motori all'alba, Troia perderebbe definitivamente l'ultimo legame reale con la sua storia e la sua identità agraria. Capire le loro relazioni, i loro sforzi e le loro strategie di ibridazione significa capire l'unica, vera forza che tiene ancora in piedi la nostra comunità.
Dal manifesto di Millet alla realtà "per telefono": il tramonto di un'era
Per decenni, nelle case di quel centinaio di famiglie di coltivatori diretti di Troia, l'identità del lavoro nei campi è stata scandita dalle immagini della "Festa del Ringraziamento" della Coldiretti. Quei manifesti d'epoca bonomiana riproducevano un dipinto immortale: "L'Angelus" di Jean-François Millet. L'opera mostra due contadini che, al tramonto, interrompono il lavoro manuale per chinare il capo in preghiera, ringraziando per i frutti della terra. Un'iconografia che celebrava la sacralità della terra, la fatica fisica e il legame viscerale tra l'uomo e il proprio podere.
Oggi, a Troia, quel mondo romantico descritto da Millet è svanito, sostituito da un'efficienza fredda e tecnologica:
  • Ieri: Il contadino chino sulla terra, legato al ciclo delle stagioni e alla devozione comunitaria.
  • Oggi: Il proprietario "part-time" che gestisce 11.000 ettari di grano duro via smartphone, delegando la terra ai contoterzisti per incassare la rendita PAC e i bonifici delle multinazionali dell'energia.
La preghiera per il raccolto ha lasciato il posto al calcolo del canone d'affitto per ettaro dei pannelli solari. Ricordare l'Angelus di Millet non significa avere una sterile nostalgia del passato, ma comprendere la portata della metamorfosi antropologica che ha investito Troia: la transizione da una comunità che viveva la terra a una comunità che, in larga parte, si limita a monetizzarla.

 


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