Nell’estate
del 1502 Barletta assediata assiste al rinascere dello spirito cavalleresco,
divulgato dal celebre romanzo di Massimo d’Azeglio, edito nel 1833, già esaltato da Guicciardini,
Giovio, Summonte e Giannone.
Ma i barlettani
assediati sapevano bene che le cose non stavano così: due re stranieri si
contendevano la signoria d’Italia, schierando su entrambi i fronti mercenari
italiani e che la giostra a premio (oltre le armi ed il cavallo dei vinti,
anche 100 ducati d’oro per ciascuno) non riscattava un bel niente. Sul
territorio barlettano nessuna battaglia campale, solo scaramucce, che servivano
a tenere in allenamento i gentiluomini, ad impinguare le loro tasche con
qualche riscatto e razzie nelle campagne, talché fare prigionieri era divenuto
sinonimo di ottenere riscatti. Al fine di sottrarre le tariffe all’ingordigia,
i due comandanti, Consalvo e de Nemours, concludono un accordo sulla misura del
riscatto. Stabilendo che:
- per un
fante = un mese di paga
- per un uomo
d’arme = tre mesi di paga
- per un
alfiere o un capitano = sei mesi di paga
- per
ufficiali superiori = tariffa da concordarsi coi capitani-generali.
Tale tariffario,
includente il fante, lo emancipa dal destino di morte, prontamente sgozzato sul
luogo della sua cattura, adesso accede all’istituto nobiliare del riscatto.
La storia spesso ricopre di fiori la sepoltura dei cadaveri per occultare l’orrore della morte
causata da altri uomini, in questo modo l’ordine morale del mondo non viene
messo in discussione. C’è sempre un bel gesto che giustifica il male ed è
quello che si racconta.

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