C’è un tratto costante nella storia della cristianità: ogni volta che la modernità prova a restituire spazio e voce alla donna, una parte della teologia cattolica sembra reagire innalzando ulteriormente la figura di Maria, quasi per compensazione simbolica. L’Immacolata Concezione, definita nel 1854, appare così come il culmine di un percorso che tende a sottrarre la madre di Gesù alla condizione comune del genere umano, collocandola in una sfera di perfezione che, più che illuminare le donne, finisce per distanziarle.
È come se la Chiesa avesse avuto bisogno di un femminile così puro da non appartenere a nessuna donna concreta, e quindi innocuo rispetto alle trasformazioni sociali in corso. Una donna ideale per gestire, ancora una volta dall’alto, le donne reali. Il risultato è un paradosso: nel momento in cui la società inizia a interrogarsi sulla libertà femminile, il cattolicesimo propone un’immagine che celebra la donna sottraendola però a ogni possibilità di sé, a ogni dinamica storica, perfino a ogni conflitto interiore.
Gesù, invece, nei Vangeli, si muove all’opposto. Non crea icone astratte: incontra volti. Non parla a simboli: parla a persone. Non instaura alcun culto della purezza: genera spazi di liberazione.
Il caso della donna adultera è emblematico. Cristo non le chiede di essere migliore di quello che è, non le impone una perfezione, non la umilia. La mette al centro, la difende dal potere morale dei suoi accusatori e pronuncia una delle frasi più scandalose dell’intera tradizione religiosa: "Chi è senza peccato scagli per primo la pietra". È un rovesciamento radicale: la santità non sta nella purezza, ma nella responsabilità; non nell’assenza di macchia, ma nella presenza del perdono; non nel giudicare l’altro, ma nel guardare la verità di sé.
L’Immacolata, come costruzione dottrinale, sembra appartenere alla logica del "puro" che esclude; Gesù appartiene alla logica del "giusto" che include. Il dogma genera distanza; il gesto di Cristo genera possibilità. Uno parla di un ideale irraggiungibile; l’altro apre un cammino umano, fragile, concreto.
E allora ritorna la domanda con forza: come si può continuare a scagliare pietre che Cristo ha fatto scivolare dalle mani?
Forse dietro quelle pietre c’è la paura di perdere il controllo, la paura che la storia cambi, che la donna parli, decida, giudichi, e non sia più solo simbolo ma soggetto. Forse ogni pietra è un modo per frenare quel gesto liberante che il Vangelo non smette di proporre.
Rimane un compito: riportare Maria dentro la storia, non fuori; riconoscere in lei non un ideale che schiaccia, ma una donna che attraversa l’imprevisto, la parola, il rischio. E riportare la Chiesa dentro il Vangelo, dove non c’è spazio per lapidazioni morali, perché la santità non è un possesso, ma una promessa condivisa.

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