Un vicolo stretto, la pietra lavica che riflette la luce dopo la pioggia, i muri segnati dal tempo e una sfilata di porte e finestre rigorosamente sbarrate. In fondo, una sola figura solitaria che cammina nel silenzio. Questa immagine non è solo uno scorcio suggestivo del centro storico di Troia: è la radiografia visiva di una ferita profonda. Racconta, senza bisogno di filtri, la storia di un paese che si sta svuotando dei suoi abitanti, ma non delle sue contraddizioni.
Nei primi due capitoli di questa inchiesta abbiamo scoperchiato la Troia agricola: quella che coltiva 11.000 ettari di grano "per telefono" e quella delle cento famiglie di coltivatori-contoterzisti rimaste a presidiare il fango e l'identità. Ma per comprendere perché la nostra comunità si stia progressivamente incattivendo sul piano economico e relazionale, dobbiamo fermarci proprio davanti a quelle porte chiuse che aprono la copertina di questo articolo. Dobbiamo interrogarci su un principio sancito dall'articolo 42 della nostra Costituzione, troppo spesso dimenticato: il diritto di proprietà implica una responsabilità sociale, e la politica ha il dovere etico e normativo di monitorarla.
A Troia questo principio è stato completamente capovolto. Il modello d’uso della superficie agricola e del patrimonio immobiliare ha pericolosamente separato la vita economica dalla sua matrice sociale. E poiché l’agricoltura e la casa sono i ponti più potenti tra l’intimità di una comunità e le logiche impersonali del mercato, quando questo legame si spezza, tutto si degrada.
Il paradosso dell'abitare: case vuote e prezzi da capoluogo
I dati consolidati al 2026 fotografano un'anomalia immobiliare che ha dell'incredibile. Troia vive un pesante e costante spopolamento, con un tasso di non occupazione che oscilla stabilmente tra il 35% e il 40% del patrimonio abitativo totale. Significa che quasi una casa su tre è vuota, ereditata o lasciata in stato di abbandono. Eppure, abitare a Troia ha un costo esorbitante.
Nel mercato immobiliare recente, il prezzo medio richiesto per gli immobili residenziali in vendita è balzato a 1.110 € al metro quadro, registrando un incremento straordinario del +13,27% rispetto all'anno precedente. Per assurdo, comprare casa a Troia costa più della media dell'intera provincia di Foggia (1.070 €/m²) e si attesta esattamente sugli stessi livelli del comune di Foggia città (1.100 €/m²). Sul fronte degli affitti a lungo termine il mercato è letteralmente azzerato: i proprietari preferiscono tenere gli immobili sbarrati piuttosto che immetterli sul mercato a canoni calmierati.
Questa è l'assenza totale di responsabilità sociale della proprietà. Una borghesia assenteista o part-time, protetta economicamente dalle rendite dei terreni cerealicoli e dell'oro solare, blocca il mercato. Non avendo l'urgenza economica di monetizzare, mantiene i prezzi fuori mercato. I giovani locali non trovano alloggi accessibili e i costi di sussistenza nel borgo lievitano a tal punto che molti residenti, per servizi, forniture e spesa quotidiana, preferiscono spostare l'intero baricentro dei propri consumi nella vicina Foggia. Troia si trasforma così in un guscio anagrafico, un dormitorio privato di relazioni economiche interne.
La filiera del denaro pubblico che alimenta lo status quo
Di fronte a questo scenario, le risorse pubbliche che piovono sul territorio, dal livello europeo a quello locale, anziché scardinare queste asimmetrie finiscono purtroppo per finanziarle e cementarle.
- A livello europeo, i contributi PAC (Politica Agricola Comune) erogano fondi legati ai soli "titoli" di possesso dell'ettaro, senza richiedere che il beneficiario sia un agricoltore attivo. È il paracadute perfetto per chi gestisce la terra "per telefono".
- A livello regionale, i fondi dello Sviluppo Rurale (CSR Puglia) finanziano l'acquisto di macchinari d'avanguardia che finiscono per spingere i pochi coltivatori diretti a farsi contoterzisti per la stessa borghesia assenteista pur di pagare le rate.
- A livello locale, il Comune incassa passivamente i milioni di euro delle royalties dai colossi del fotovoltaico e dell'eolico (fino al tetto del 3% dei proventi lordi). Risorse enormi che entrano in bilancio ma che, per mancanza di visione politica, non vengono utilizzate per avviare politiche abitative pubbliche.
Il "grazioso" contro il "bello": la piscina da 2,4 milioni
Non potendo o non volendo toccare i nodi strutturali della rendita fondiaria e immobiliare, la politica locale ha scelto la via più comoda: quella del maquillage urbano. La nuova borghesia assenteista esige di abitare una "città graziosa", ma il grazioso (artificiale ed effimero) è il nemico giurato del "bello" (strutturale, autentico e legato alla verità sociale di un popolo).
È così che i milioni delle rinnovabili vengono canalizzati in opere destinate a una comunità immaginaria: chilometri di piste ciclabili deserte che nessuno percorre (in un paese dall'età media avanzata), parchi giochi ovunque e attrazioni stagionali. Fino ad arrivare all'ultimo paradosso: l'indizione del concorso di progettazione per la realizzazione di una piscina comunale dal costo stimato di 2 milioni e 400 mila euro al netto di IVA.
In un paese che si svuota, dove mancano alloggi per le giovani coppie, dove l'acqua per l'agricoltura è un dramma estivo e dove i cittadini si servono a Foggia per sopravvivere, spendere 2,4 milioni di euro di base d'asta per un'infrastruttura sportiva ad altissimo costo di manutenzione futura è l'emblema della disconnessione politica. È l'anestetico di facciata: si offre una piscina-vetrina per coprire il deserto sociale e l'incattivimento della sussistenza quotidiana.
Conclusione: Il dovere della politica e il diritto all'abitare
Ricordare che la proprietà implica una responsabilità sociale non è un esercizio di retorica filosofica, ma una necessità vitale per la sopravvivenza stessa di Troia. Quando la casa perde la sua funzione sociale per trasformarsi in pura rendita finanziaria o speculativa, la comunità si disgrega e i giovani sono costretti a cercare altrove lo spazio per costruire il proprio domani.
Lo spopolamento del nostro borgo non è un destino cinico e baro, né una condanna geografica inevitabile. È la conseguenza diretta di precise scelte economiche che la politica locale rinuncia programmaticamente a governare. Finché l’amministrazione comunale preferirà inaugurare piscine faraoniche o tracciare piste ciclabili deserte, anziché pretendere che la proprietà risponda dei suoi doveri collettivi, la città-vetrina continuerà a splendere per i passanti. Ma dietro quelle facciate illuminate, e dentro i vicoli silenziosi come quello nella foto, la Troia reale continuerà a spegnersi

Nessun commento:
Posta un commento